Catena 10 fonti · giu 2026 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
Uno studio pubblicato a giugno, ancora in attesa di revisione, ha seguito per due anni e mezzo ventisettemila studenti cinesi fra i dodici e i diciotto anni, l’80% dei quali usa un modello linguistico per studiare.1 Chi lo usa vede salire del 18% i voti dei compiti e scendere da sessantaquattro a quarantacinque minuti il tempo che vi dedica; agli esami, però, ottiene il 20% in meno dei compagni che non lo usano. L’Economist, che ne dà conto, isola la variabile decisiva: gli studenti che usano l’intelligenza artificiale dedicandovi lo stesso tempo di prima non subiscono alcuna penalità . Il danno sta nel tempo che lo strumento permette di risparmiare.
Da questo dato ricavo la tesi della catena: il danno cognitivo viene dallo sforzo che la macchina sostituisce, e per questo separa chi ha bisogno di pensare da chi non ce l’ha. L’unità di misura giusta è la dieta, cioè il ritmo e il tempo complessivo, più del singolo strumento o del singolo formato.
La sostituzione
Il rapporto del World Economic Forum sull’educazione, sotto la superficie istituzionale, contiene il dato sperimentale che chiarisce il meccanismo: gli studenti con accesso a uno strumento di intelligenza artificiale migliorano, ma quando lo strumento viene tolto rendono meno di chi non lo ha mai avuto.2 La macchina ha svolto il ragionamento al loro posto, e il ragionamento non si è formato. Due terzi degli studenti sanno che usarla per i compiti può danneggiare il pensiero critico, e la usano lo stesso. David Brooks, sull’Atlantic, porta la distinzione che spiega chi resiste: più dell’intelligenza conta il need for cognition, l’attitudine a trovare piacevole la difficoltà cognitiva.3 Chi ce l’ha usa la macchina per andare più lontano; chi non ce l’ha guadagna produttività a breve e perde capacità , al punto che dopo dieci minuti di assistenza le prestazioni calano anche senza assistenza. Quando l’intelligenza abbonda, scrive, diventa preziosa la volontà .
Boyd Taylor Coolman, medievalista del Boston College, spiega perché la scuola sia così esposta: l’abbiamo costruita su un’idea utilitaria dell’intelligenza, si studia per diventare buoni lavoratori e buoni risolutori di problemi, e su quel terreno la macchina vince per costruzione.4 La sua proposta è recuperare la virtù intellettuale medievale, per cui leggere, pensare e discutere sono attività buone in sé; dove l’eccellenza sta nell’attività e non nel prodotto, la macchina non ha niente da sostituire.
Il ritmo
Lo stesso meccanismo si vede, prima ancora dell’intelligenza artificiale, nei media con cui cresciamo. Natalia Kucirkova, su Aeon, sposta la domanda sui media per bambini dal quanto al come: venti minuti di un cartone fatto di tagli rapidi e ricompense continue non sono venti minuti di Paddington, perché il ritmo decide che cosa si deposita.5 Caty Enders, sul Guardian, riporta una meta-analisi di circa settanta studi sul video breve in cui l’associazione più forte riguarda l’attenzione e il controllo degli impulsi, più della salute mentale su cui si costruiscono le cause contro le piattaforme; nelle sue ricerche l’uso percepito come fuori controllo si accompagna a una memoria episodica più debole, la stessa che serve a immaginare il futuro.6 Enders stessa avverte che l’evidenza è correlazionale, e la avverto anch’io.
Gianluca Diegoli osserva il fenomeno opposto e complementare: i podcast video di due ore riempiono il bisogno di mezza attenzione che un tempo occupava la televisione del pomeriggio, e piacciono a un pubblico giovane e laureato, come contrappeso all’iperattenzione che salta da una notifica all’altra.7 Francesco Tarchetti ricorda, con la tradizione dell’ecologia dei media, che un mezzo è un ambiente e produce effetti che nessuno ha progettato, come la televisione degli anni Cinquanta, patriarcale nei contenuti e femminista, suo malgrado, perché mostrava a tutti le stesse cose.8 E Marco Machera, raccontando la storia delle avventure grafiche, mostra un formato in cui la scrittura e il pensiero laterale erano l’infrastruttura competitiva, finché la potenza del 3D non ha spostato il mercato verso ciò che si guarda più che verso ciò che si risolve.9 Anche lì, ciò che l’ambiente premiava ha deciso quale sforzo valesse la pena chiedere.
La controtesi va presa sul serio, perché ricorda quanto spesso il panico cognitivo abbia sbagliato previsione. Lo stesso articolo, però, contiene la clausola che riporta alla tesi: la riserva cognitiva cresce con l’istruzione, e dove l’istruzione è diseguale la buona notizia si distribuisce in modo diseguale. È ciò che le schede di questa catena mostrano su scala più piccola. La macchina non abbassa la media, allarga la distanza fra chi continua a fare lo sforzo e chi lo delega, e la scuola, se vuole ridurla, deve difendere proprio il tempo che la macchina permette di risparmiare.
Nella catena
- 1The Economist — Does AI stop children from learning?
- 2World Economic Forum — Shaping the Future of Learning: Education Readiness for the Age of AI
- 3David Brooks / The Atlantic — The People Who Will Thrive in the AI Age
- 4Boyd Taylor Coolman / America Magazine — The medieval understanding of intelligence is exactly what we need in the age of A.I.
- 5Natalia Kucirkova / Aeon — The bombarding of childhood
- 6Caty Enders / The Guardian — Zuckerberg says the science isn’t settled. But the harms of short-form video on the brain are starting to show
- 7Gianluca Diegoli / Link. Idee per la tv — I podcast lunghi nell’era della mezza attenzione
- 8Francesco Tarchetti / non ho capito — Non usiamo i media, ci cresciamo dentro
- 9Marco Machera / Link — Una lunga avventura: storia degli adventure game
- 10The Economist — How dementia is being defeated controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti need for cognition×5 ecologia dei media×3 iperattenzione×3 capitale semantico×2 Hayles, Katherine×2