Il 26 ottobre doveva aprirsi a Riad la Future Investment Initiative, la «Davos nel deserto». È stata rinviata: gli Houthi bombardano la capitale da settimane, e un missile ha ucciso tredici persone all’aeroporto. Muhammad bin Salman aveva scommesso di sconfiggere gli Houthi, di trasformare l’economia saudita e di poter contare su Trump. La tregua del 2022 è saltata con la guerra americana contro l’Iran, il Fondo monetario prevede ora una contrazione del 3,3 per cento invece di una crescita del 4, e gli investimenti esteri sono un terzo dell’obiettivo. Il regno aveva corteggiato Trump con promesse d’investimento e affari con la sua famiglia, compresi due miliardi affidati a Jared Kushner, ma questo non gli ha impedito di avviare una guerra che ora colpisce i sauditi: «Non resta leale a nessuno a lungo», dice un saudita ben introdotto. Il potere del principe è più solido che ai tempi dell’omicidio Khashoggi, ma allora i problemi erano autoinflitti e quindi più facili da correggere; oggi la decisione più importante, se riprendere i bombardamenti sull’Iran dopo le elezioni di metà mandato, spetta a Washington. È anche il segno che la solidarietà feudale fra leader, coltivata al di là degli interessi nazionali e dei popoli, comincia a incrinarsi, e lascia intravedere le crisi di domani.
Everything is going wrong for Muhammad bin Salman
Elementi di scenario Il principe ereditario aveva scommesso sulla vittoria contro gli Houthi, sulla trasformazione dell’economia e su Trump come alleato affidabile: tutte e tre le scommesse sono fallite insieme, e la più importante non dipende da lui.
In dialogo con → Trumpism Is Backfiring