Nathan Heller racconta James Daunt, libraio londinese e oggi amministratore delegato di Barnes & Noble e di Waterstones: oltre mille negozi, quasi ventimila dipendenti, quattro miliardi di dollari di vendite l’anno, più del venti per cento del mercato americano secondo un editore. Il ritratto smonta il racconto del declino della lettura: negli Stati Uniti le vendite di libri a stampa sono cresciute di quasi il 25 per cento in dieci anni, le librerie indipendenti del 70 per cento dal 2020, e i dati sulla lettura degli studenti sono meno drammatici di come li ha presentati l’Atlantic. Daunt liquida il catastrofismo con una battuta, «Such nonsense», e con una tesi: il mercato del libro non è fisso, e più librerie, e migliori, producono più lettori. Il suo metodo è l’opposto di quello di Amazon: i libri non sono merce intercambiabile, e la crescita viene dalla specificità di quel libro in quella libreria, scelto da librai a cui viene restituita autonomia. A Waterstones ha abolito gli spazi espositivi pagati dagli editori, ha portato le rese dal 25 al 4 per cento e ha trasformato una perdita di 43 milioni di sterline in un utile.
Heller non scrive un’agiografia. Gli editori lamentano ordini iniziali minimi che spostano il rischio su di loro, nel 2019 i librai di Waterstones hanno chiesto invano un salario d’ingresso più alto, e una filiera concentrata nelle mani di un solo uomo è solida finché lui resta. Resta il ritratto raro di un manager che conosce il mestiere dal banco e che il mercato non lo rimpiange: lo costruisce.