Miles Klee parte dal disgusto per la rete del 2026: le cause perse da Meta e Google sui danni delle loro piattaforme, i divieti di smartphone nelle scuole, i contenuti generati in serie che riempiono i feed, il «rage bait» scelto come parola dell’anno dall’Oxford University Press. Il titolo è una provocazione, e alcune cifre, come quella sugli agenti automatici che avrebbero superato gli utenti umani, arrivano senza fonte. La parte più solida è la lettura del libro di John West, The Internet Will Die, and So Will You, secondo cui la rete è assai più piccola e più fragile di come la immaginiamo: nel 2001 il deragliamento di un treno in un tunnel di Baltimora tranciò un fascio di fibre e rallentò la connessione in mezzi Stati Uniti. West mostra che l’archivio permanente promesso dal web non esiste: un quarto dei link pubblicati sul sito del New York Times fra il 1996 e il 2019 non funziona più, tre citazioni accademiche su quattro rimandano a pagine cambiate, e con i collegamenti si indebolisce la possibilità stessa di verificare ciò che viene affermato. Lo stesso West non riesce a cancellare il sito sugli anime che teneva da ragazzo, mentre l’ultimo anno del suo blog universitario è sparito per una quota di dominio non pagata. La chiusura è meno convincente: lasciare morire le piattaforme commerciali perché dal loro compost nasca un web più spontaneo è un’idea suggestiva, e Klee stesso ammette di dubitarne.
Please Let the Internet Die
Elementi di scenario La rete promessa come archivio permanente si rivela fragile e selettiva: perde ciò che vorremmo conservare, trattiene ciò che vorremmo cancellare, e con i suoi collegamenti interrotti indebolisce la possibilità stessa di verificare.
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