Catena 8 fonti · dic 2024 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura

  1. 1dic 24Aeon
  2. 2apr 26The New York Times
  3. 4giu 26Fare cose coi dati e l’Intelligenza Artificiale
  4. 8giu 26Reuters Institute for the Study of Journalism
  5. 5lug 26The Economist
  6. 3ago 26The New York Times
  7. 6ago 26The Washington Post
  8. 7set 26Nieman Lab

Collin Jennings, su Aeon, ricostruisce la genealogia del collegamento ipertestuale a partire dal Seicento, quando Locke e gli empiristi descrivevano la mente con metafore prese dai media del tempo e i media, dagli indici alle note a piè di pagina, venivano progettati per imitare i movimenti associativi della mente.1 La Dunciad di Pope, revisione dopo revisione, diventa un testo fatto di versi, note e note alle note: un ipertesto prima dell’ipertesto. Jennings si chiede che cosa succeda a una rete che perde i suoi collegamenti, e la domanda è diventata concreta da quando i motori di ricerca rispondono direttamente, senza mandare il lettore da nessuna parte. Il New York Times documenta che le risposte generate da Google continuano a contenere errori sistematici, che nessuna verifica a valle riesce a contenere perché li produce la stessa architettura.2

La tesi di questa catena è che il link era insieme la moneta dell’informazione in rete e la forma del suo dibattito, e che le risposte generate lo rendono superfluo; per le testate, la via d’uscita è istituzionale, fatta di fiducia e di regole, più che di traffico.

La forma del dibattito

Che il link fosse anche una forma lo spiega bene Ross Douthat, nell’intervista di congedo con Ezra Klein.3 Nella blogosfera il traffico arrivava dai collegamenti degli avversari, e conveniva citare chi non era d’accordo e rispondergli argomento per argomento; nei social il traffico arriva dalla condivisione di chi è già d’accordo, e conviene la stoccata. Douthat aggiunge che pochi commentatori fanno davvero opera di persuasione, e che chi crede di farla di solito conferma il proprio pubblico. L’architettura della distribuzione disegna la forma del discorso pubblico, e una rete senza collegamenti rischia di perdere anche l’ultima ragione per rispondere a qualcuno.

Le testate

Andrea Nelson Mauro ha rielaborato sei anni di Digital News Report sulla sola parte italiana, con dati e codice pubblici, e la cifra che conta è la fiducia, scesa dal 40 al 32%, sotto la media globale.4 Il cambiamento più grave è qualitativo: gli italiani non diffidano più di questa o quella testata percepita come schierata, diffidano del sistema. Intanto la carta stampata è quasi dimezzata in cinque anni, le piattaforme incassano l’85% della pubblicità digitale, e più di un italiano su tre evita le notizie spesso o qualche volta. Charlemagne, sull’Economist, racconta la stessa crisi nel servizio pubblico europeo: gli adolescenti su TikTok, i populisti che vogliono privatizzarlo o usarlo come megafono, e le grandi piattaforme che lo relegano alla quindicesima schermata del menu del televisore, fra un’app di yoga e un canale di televendite.5 L’Unione europea di radiodiffusione chiede regole di prominenza, cioè l’obbligo di rendere visibile ciò che ha valore pubblico.

Il problema, peraltro, è economico prima che epistemico. Lo studio del Brennan Center che Lawrence Norden presenta sul Washington Post ha sottoposto i principali chatbot alle teorie del complotto sul voto, alla vigilia delle prime elezioni americane in cui un elettore su quattro li usa ogni giorno, e sul testo i modelli hanno per lo più resistito, riconoscendo la preoccupazione senza amplificare i fatti falsi.6 Una risposta generata può essere più prudente di molti post; resta che non manda nessuno alla fonte, e la fonte, senza lettori, non ha di che vivere.

Il metodo

Se il traffico non basterà più, alle redazioni resta da dimostrare perché fidarsi di loro, e questo passa anche per il modo in cui lavorano. Eric Athas, che al New York Times accompagna le redazioni nell’adozione degli strumenti nuovi, propone quattro passi prima di qualunque cambiamento: accettare che porti con sé elementi ignoti, descriverlo per iscritto in una forma breve e fissa, provarlo su un perimetro ristretto, misurarne gli effetti.7 È buon mestiere, e in un sistema che ha perso la fiducia il mestiere dichiarato è una delle poche prove disponibili.

La controtesi è vera, e lo stesso Ottaviani ne indica il limite: ciò che non diventa economico è il giudizio su quale domanda valga la pena porre, e la capacità di riconoscere quando un risultato è plausibile e sbagliato. È esattamente ciò che una risposta generata non contiene e che una testata può vendere. Dopo il link, il valore di un giornale si misura dalla fiducia che riesce a meritare con un lavoro dichiarato, e dalla visibilità che le regole, più del mercato, gli sapranno garantire.

Nella catena

  1. 1Collin Jennings / Aeon — A linkless internet
  2. 2The New York Times — Google AI Overviews e il problema dell’accuratezza
  3. 3Ezra Klein / The New York Times — Ross Douthat: The Exit Interview
  4. 4Andrea Nelson Mauro / Fare cose coi dati e l’Intelligenza Artificiale — Com'è cambiata l’informazione in Italia negli ultimi 6 anni
  5. 5The Economist — Europe’s public broadcasters go from prime time to hard-to-find
  6. 6Lawrence Norden / The Washington Post — My team fed chatbots election lies. Here’s what happened.
  7. 7Eric Athas / Nieman Lab — New York Times training editor: Take these four steps before you roll out new things
  8. 8Jacopo Ottaviani / Reuters Institute for the Study of Journalism — From weeks of work to days: How I rebuilt two data journalism projects with AI controtesi

Concetti ricorrenti nelle fonti capitale semantico×3 ecologia dei media×2 editoria×2 news avoidance×2 sfiducia sistemica×2

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