L’antropologo Philippe Descola parte da una fotografia di Andres Serrano, la testa di un vitello che fissa lo spettatore, per mostrare come lo sguardo moderno, che chiama naturalista, attribuisca agli animali un’interiorità di tipo umano annullandone l’estraneità. In Amazzonia, nel regime animista, l’interiorità degli animali si manifesta nel sogno, dove si presentano come persone e parlano la lingua degli umani; i piccoli della selvaggina uccisa vengono adottati come orfani e non sono mai di nessuno. Nei mondi analogisti, dalla grande catena dell’essere a Montaigne, umani e animali si distinguono solo per gradi. Per un antropologo, scrive Descola, non esiste un’umanità universale: ogni collettivo la definisce in base a ciò che lo separa dagli altri esseri. All’intelligenza artificiale, dichiarando che non è il suo campo, dedica il passaggio finale: è il compimento del naturalismo, la verifica sperimentale che la mente umana obbedisce alle stesse leggi della materia, e dopo di essa la nostra eccezionalità consiste soltanto nell’aver saputo costruire macchine che ci imitano. Il titolo promette più di quanto il saggio sviluppi, ma la chiave è utile: la domanda sull’AI è anche una domanda su dove ciascuna cultura mette il confine dell’umano.
L’intelligence artificielle nous oblige-t-elle à repenser notre animalité ?
Strumento concettuale Ogni società traccia a modo suo il confine fra umani e altri esseri; nel nostro, il naturalismo, l’intelligenza artificiale arriva come verifica sperimentale: se una macchina imita la mente, l’eccezionalità umana si riduce alla capacità di costruirla.
In dialogo con → La differenza fra Claude e le mie gatte
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