La sera delle elezioni di metà mandato Levine tiene aperta la pagina di Kalshi invece di inseguire i commenti sui social: alle 20.30 i prezzi davano ai Democratici il 98 per cento di probabilità di controllare il Senato, ore prima che le televisioni facessero un annuncio, e lui è andato a dormire. La differenza è di incentivi: il giornalista ha buone ragioni per non estrapolare dai primi dati, lo scommettitore ha buone ragioni per farlo. Secondo Kalshi i candidati favoriti alle cinque del pomeriggio hanno vinto nel 98 per cento delle sfide già assegnate. L’informazione prodotta da un mercato predittivo è un’esternalità: chi la produce, nel complesso, non guadagna nulla al netto delle commissioni, e chi la usa non la paga. Kalshi stessa dice che circa tre quarti dei suoi utenti non hanno mai depositato denaro e guardano i prezzi senza scommettere. Levine osserva che i giornali, invece di pagare quell’informazione, si fanno pagare dalle piattaforme per mostrarla, e che le piattaforme cercano di trasformare il credito guadagnato con le elezioni in un affare quotidiano: le scommesse sportive, che Levine non ama, o i derivati su azioni, criptovalute e potenza di calcolo. L’equilibrio attuale gli sembra buono perché i mercati elettorali sono abbastanza grandi da premiare le previsioni accurate, ma non tanto da influire sul voto.

WR