Nella sezione «Pacing the frontier» Levine espone una teoria cinica, valida per qualunque settore: se tutti i concorrenti rallentano insieme, i clienti non hanno motivo di cambiare fornitore, i ricavi restano e i costi in ricercatori e calcolo scendono. Un accordo esplicito fra i laboratori sarebbe un cartello e porterebbe in tribunale; una legge che impone a tutti lo stesso passo ottiene lo stesso risultato in modo lecito. Un rallentamento imposto dallo Stato può essere un cartello reso legale, e la sicurezza ne è la giustificazione più comoda, perché i dirigenti dei laboratori dicono di credere sinceramente nel pericolo. Levine non accusa nessuno: chi crede insieme che l’AI curerà il cancro e che potrebbe sfuggire al controllo ha buone ragioni per accettare un rallentamento, e il risultato economico sarebbe lo stesso. Ricorda il saggio di Dario Amodei di settembre, «We Must Pace the Frontier», che chiedeva una regolazione valida per tutti i laboratori americani o, in mancanza, standard comuni con deroghe all’antitrust. Poi propone un test: se il rallentamento rende i laboratori più redditizi, le loro quotazioni salgono. Dopo il voto di metà mandato, letto come un rifiuto dei data center, i produttori di chip sono scesi e i grandi gruppi tecnologici sono saliti, perché gli investitori scommettevano su minori spese per il calcolo. Per i laboratori puri, che non sono quotati, i segnali dei mercati predittivi si sono mossi poco.
Financial Predictionization
Strumento concettuale Una legge che obbliga tutti a rallentare ottiene ciò che un accordo fra concorrenti otterrebbe in tribunale come cartello; per capire quale dei due motivi conti, sicurezza o margini, basta guardare come reagiscono le azioni.
In dialogo con → Pacing the Frontier