Mazzonis legge il voto di metà mandato del 2026 dalla newsletter che cura, dedicata alle guerre culturali. Parte da Judith Butler, che in Who’s Afraid of Gender? (2024) descrive l’«ideologia gender» come una costruzione della destra: nata da temi americani, cresciuta in Ungheria, Russia e Polonia e tornata negli Stati Uniti come strumento di consenso per il Partito repubblicano. Quella propaganda attecchiva soprattutto lontano dai luoghi che raccontava, e il voto la smentisce proprio lì: i Democratici vincono in Kansas e in Texas come in Ohio e in Michigan, con candidati che la campagna avversaria dipingeva come minacce. Le guerre culturali hanno funzionato finché la destra riusciva a legarle al disagio economico della deindustrializzazione; quando i redditi fermi e il costo della sanità diventano discorso comune, la narrazione non regge più. Secondo l’autore i Repubblicani hanno speso quasi duecento milioni di dollari in spot sulle persone transgender, con scarso risultato. È una lettura scritta il giorno dopo il voto, schierata, che Mazzonis stesso accompagna con una cautela: gli Stati Uniti hanno smentito molte previsioni.
Le crociate delle culture wars non tirano più
Strumento concettuale Le guerre culturali funzionavano finché accompagnavano una trasformazione economica che pretendevano di spiegare; quando il disagio economico diventa discorso comune, il simbolo sulla porta del bagno smette di convincere.
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