The End of History and the Last Man (1992) non è un testo trionfalistico. La confusione viene dall’argomento hegeliano su cui si regge: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi — se ogni alternativa è stata storicamente discreditata o non ha mai raggiunto una soglia di credibilità teorica — allora non c’è nessuna idea “oltre” su cui appoggiarsi. La storia ha esaurito il suo repertorio concettuale. Questo non significa che tutto vada bene: significa che se la democrazia si muove, può soltanto andare indietro. Non c’è avanti. Il libro lo dice già nell’articolo originale del 1989: “The end of history will be a very sad time.”
Il meccanismo dell’arretramento è quello che Fukuyama chiama thymos — concetto platonico, rielaborato attraverso Hegel: il desiderio di riconoscimento. Gli esseri umani non vogliono soltanto risorse; vogliono che il loro valore venga riconosciuto. La democrazia liberale è il sistema che distribuisce questo riconoscimento in modo eguale, sotto la legge. È per questo che Fukuyama la considera il punto finale: soddisfa il bisogno thymico meglio di qualsiasi alternativa. Il problema è che soddisfarlo rimuove la lotta per ottenerlo — e quella lotta era anche parte del bisogno. “The peace and prosperity brought about by a liberal order based on equal recognition is not enough for many people. They do not want to be recognized as the equals of every other person on earth.” Il riconoscimento eguale è troppo piatto. L’orizzonte viene livellato, e questo rende le persone irrequiete e arrabbiate.
Questa irrequietezza thymotic è il motore del populismo, dei leader forti, delle teorie del complotto, della nostalgia per epoche premoderne. Non è l’attacco esterno di sistemi antagonisti — la minaccia esterna è la tesi di Huntington, non di Fukuyama. È il dissolvimento interno, generato dal successo stesso: la democrazia liberale non viene sconfitta da un’alternativa ma logorata dall’interno da chi non sopporta di non avere nulla per cui rischiare la vita.
Il memoir è deludente come autobiografia — la vita personale si esaurisce a pagina 60, i capitoli successivi sono un riassunto delle idee. Ma come chiarimento intellettuale ha senso: “We have means of distributing resources a bit more evenly and should undertake to do that. What we lack is a way of distributing respect.” Quel deficit è, per Fukuyama, la cosa più pericolosa di tutte.
Steinem muore nel 2026 a novantadue anni. The New Yorker pubblica il suo ultimo testo scritto — un’orazione valedittoria in prima persona, breve, intenzionalmente semplice. La chiave più interessante non è il manifesto femminista ma la genealogia: Steinem non arriva all’attivismo attraverso la teoria accademica occidentale, ma attraverso l’India postcoloniale degli anni Cinquanta, dove trascorre due anni dopo il college. I gandhiani che incontra là — nonviolenti, antinazionalisti, aperti — le forniscono il modello pratico di quello che chiamerà poi ‘organizzazione itinerante’: osservare il mondo, vedere quello che potrebbe essere, aiutare a renderlo reale. È una genealogia del femminismo politico che raramente compare nei libri di testo.
Il resto del pezzo costruisce la cornice con dati asciutti: le donne fanno la maggior parte del lavoro globale — retribuito e non — e ricevono circa un terzo del reddito da lavoro; possiedono meno del venti per cento della terra mondiale; sono le principali vittime di tratta, di analfabetismo, di violenza domestica. Steinem non spiega perché esista il femminismo: elenca i fatti e considera il resto ovvio. Sull’etichetta stessa è curiosamente agnostica: ‘feminism’, ‘womanist’, ‘mujerista’, ‘egalitarianism’ — tutte le parole che significano uguaglianza vengono demonizzate da chi beneficia della disuguaglianza, qualunque sia la parola scelta.
Il documento ha il peso che ha perché chi scrive non sarà più qui a ripeterlo: è la chiusura di un ciclo generazionale, non un punto di partenza teorico.
David Polansky e Daniel Schillinger — rispettivamente teorico politico e docente di scienze politiche a Yale — partono dall’invocazione di Mark Carney a Davos all’inizio del 2026: il premier canadese cita il dialogo dei Meli de «La guerra del Peloponneso» per criticare Trump. L’operazione è esemplare di ciò che Hobsbawm chiamava «tradizione inventata»: si mobilita un’autorità classica per naturalizzare una posizione contemporanea, costruendo una linea di discendenza che conferisce peso storico a un’argomentazione politica. Che la posizione di Carney — i «middle powers» come contrappeso all’unilateralismo americano — sia in sé razionale e condivisibile non cambia il problema intellettuale: usare Tucidide in quel modo è già un autoinganno tucididiano. Il paradosso è programmatico — e il pezzo procede smontando tre autoinganni. Il primo è quello dei Meli: credono che la giustizia della loro causa attiri l’aiuto degli dèi e degli Spartani — vengono annientati. Ma anche gli Ateniesi si ingannano: distruggono un’isola che avrebbe potuto fornire tributo e risorse, e danneggiano la propria reputazione nelle città oligarchiche. La frase famosa — che la traduzione standard rende più ominosa del greco συγχωρέω, «cedere» — non dice che il forte ha ragione: dice che il linguaggio della giustizia ha senso solo tra pari. Il secondo autoinganno è quello spartano: Sparta si proclama «liberatrice della Grecia» mentre agisce per paura della crescita ateniese, massacra i propri helot migliori dopo averli selezionati per bravura, e converte la propria passione per la giustizia in un «gusto mostruoso per la punizione» che gli autori descrivono come peggio dell’ipocrisia. Il terzo è quello ateniese: gli Ateniesi capiscono la debolezza della giustizia tra stati, ma sovrastimano il potere della ragione. Il voto per la spedizione in Sicilia non viene analizzato strategicamente — viene votato per gloria e avventura, e la nomina del cauto Nicia come contrappeso all’ambizione immodesta porta al disastro. Pericle ammette sul letto di morte che l’impero è «come una tirannia», ma anche allora non riesce a smettere di promettere monumenti imperituti. Tucidide gli risponde descrivendo gli Ateniesi che muoiono nelle cave di Siracusa. La chiusa è nietzscheana: Nietzsche attribuisce a Tucidide la «volontà incondizionata di non ingannare sé stesso», e rileva che questa qualità definisce la distanza tra lui e i lettori — non soltanto temporale ma psicologica. Chi usa «La guerra del Peloponneso» per legittimare le proprie tesi agisce esattamente come i personaggi che Tucidide studia.
The Economist ripercorre la storia del liberalismo attraverso una carrellata interattiva: dalle origini illuministe fino al presente, passando per le grandi crisi del XX secolo e la difficile resistenza ai totalitarismi. Vale la pena leggerlo non solo come documento storico ma come esercizio di marketing valoriale. In un’epoca in cui WaPo e NYT avevano costruito, al primo insediamento Trump nel 2016, un «marketing della verità» oggi meno credibile — nel caso del WaPo, per ragioni evidenti legate all’assetto proprietario e alle relative ingerenze — The Economist ha imboccato una strada diversa, sviluppando un’identità editoriale fondata sul potere trasformativo del liberalismo su scala globale. C’è molta agiografia in questo, e la parzialità della narrazione è evidente: il liberalismo viene presentato sostanzialmente come sinonimo di progresso. Ma l’esercizio è apprezzabile e ben documentato. La distinzione tra le due strategie — difesa della verità come valore giornalistico vs. difesa di un sistema di valori come identità editoriale — dice qualcosa di utile su come le grandi testate costruiscono la propria autorità nei momenti di crisi della fiducia nei media.
Der Spiegel ha digitalizzato con l’aiuto dell’AI milioni di schede di iscrizione al NSDAP, rilasciate dagli Archivi Nazionali americani a marzo 2026, rendendole consultabili online: chiunque può cercare un cognome e costruirsi un dossier su cosa ha fatto la propria famiglia sotto Hitler. Il tempismo non è casuale — arriva mentre l’AfD continua a guadagnare terreno in diverse regioni tedesche, e la cultura della memoria diventa uno dei terreni di scontro politico (non a caso un dirigente AfD come Björn Höcke si è scagliato proprio contro iniziative di questo tipo). Il servizio, però, è dietro paywall, accessibile solo agli abbonati. Vale la pena notare che anche testate critiche come la taz — che pubblica gratuitamente — hanno giudicato legittima la scelta: il lavoro di trascrizione e bonifica di milioni di schede manoscritte spesso illeggibili è un servizio giornalistico vero e proprio, e come tale ha un costo. Resta però una domanda aperta, che vale la pena porsi anche da sostenitori convinti della monetizzazione dei contenuti editoriali di qualità: in un momento storico in cui la sensibilizzazione di massa sulla memoria storica avrebbe forse più valore se universale, è davvero la strategia culturalmente più efficace?
27 ottobre 2025
Curated
· Jill Lepore / The New York Times
Storia
Jill Lepore sulla narrazione fondativa americana e sulla necessità di riscriverla per il secolo che viene. Un saggio che è anche una lezione di metodo su cosa significhi raccontare una nazione senza cedere né al mito né al cinismo.
Collin Jennings — autore di Enlightenment Links: Theories of Mind and Media in Eighteenth-Century Britain (2024) — ricostruisce la genealogia intellettuale del link ipertestuale a partire dal Seicento. Locke, Hume e gli empiristi britannici posero la questione di come la mente riceve e conserva i dati dell’esperienza, ricorrendo a metafore mediali: la mente come tabula rasa, come stampa, come camera obscura. La corrispondenza funzionava anche nella direzione opposta: i media dell’epoca — common-place books, indici tematici, note a piè di pagina — venivano progettati per replicare i movimenti associativi della mente. Il caso emblematico è The Dunciad di Pope (1728-1743): nel corso delle sue revisioni il testo diventa ipertestuale — versi, note, note alle note, appendici in dialogo intertestuale. McLuhan lo definì «l’epopea della parola stampata». Il filo conduttore porta a Vannevar Bush, che nel 1945 propose il «memex» — un dispositivo a microfilm che avrebbe consentito di creare «associative trails» tra testi e propri appunti, come una versione elettronica del common-place book. Ted Nelson coniò «hypertext» nel 1965 ispirandosi esplicitamente al memex: l’iper- stava per «estensione e generalità» — una forma capace di rappresentare la struttura reticolare del pensiero. Nelson immaginò anche Xanadu, browser in cui ogni citazione avrebbe dovuto linkare al documento originale, permettendo di leggere testo citante e citato affiancati. Il PageRank di Brin e Page fu il riconoscimento operativo di tutto questo: un link non è un rimando, è un voto di prestigio. «Una pagina è importante se è puntata da pagine importanti» — la struttura sociale della citazione accademica applicata al web. Il bersaglio finale del pezzo è la «heresy of paraphrase» di Cleanth Brooks: la parafrasi uccide il poema perché la forma È il contenuto. Le AI summary applicano questa eresia su scala sistemica. ChatGPT e Gemini sono progettati per «suonare come nessuno»: sintetizzano voci molteplici in un monotono neutro, anonimo, source-less. Quando Google lancia gli «AI Overviews» (maggio 2024), con «let Google do the Googling for you», completa il percorso: il link — artefatto cognitivo che preserva le tracce associative di qualcuno — viene sostituito da una sintesi che non le ha mai lasciate. La domanda finale — «does AI dream of itself?», parafrasi di Clausewitz via Herzog — ha la sua risposta implicita: appiattimento, non connessione. Se il web «sognava sé stesso» come rete di connessioni e trail di associazione, l’AI «sogna sé stessa» come sintesi anonima che cancella quelle connessioni.