Sostenitori di Stronger In la notte del referendum sulla Brexit
Sostenitori di Stronger In, la notte del referendum sulla Brexit, 23 giugno 2016. Dieci anni fa, la mappa cambiava sotto i piedi di tutti. Non tutti se ne erano accorti.

La politica nazionale e internazionale di questi anni, more geometrico demonstrata. Perché certa sinistra e certa destra dicono la stessa cosa, e alcuni altri non dicono più nulla.

Esattamente come l’editoria libraria (o per essere più precisi una parte consistente di essa), la politica è un business determinato dall’offerta. Le questioni politiche ed elettorali sono lì, sul campo; e qualcuno non aspetta altro che raccoglierle. Tuttavia, il modo in cui esse vengono raccolte non configura un semplice lavoro di segmentazione, rispetto al quale basti fare una somma algebrica delle esigenze degli elettori potenziali e finisce lì. Al contrario, un soggetto politico — emergente o meno — nel fare questo non può evitare di esprimere per lo meno un senso dello stare nel mondo, se non proprio una Weltanschauung articolata, che di questi tempi è oggettivamente un oggetto difficile da costruire, e che si trova forse al di là della portata intellettuale di una larga parte dei politici di professione che vediamo comparire oggi su Instagram o sui media tradizionali.

Questo è il senso per cui, pur interessandomi di politica sul piano personale (zoon politikon eccetera), credo che la questione di cosa faccia la politica sia molto pertinente rispetto agli argomenti di questo sito. Non ho l’ambizione di esprimere qui una visione politica precisa — che pure ho, in un senso intellettuale e probabilmente più astratto, e che non credo sia difficile da cogliere — e non voglio dichiarare un’affiliazione a questo o quel partito o movimento: non ne ho, e del resto l’iper segmentazione dei media digitali fa sì che per nessuno le proposte politiche esistenti siano perfettamente calzanti. Vorrei quindi introdurre una riflessione sulla politica contemporanea molto più leggera — più leggera di molti pezzi che ho scritto sinora — ma che sottintenda un elemento specifico: che la politica sia, in quasi tutti i casi, anche un lavoro sul concetto. Non è solo questo, naturalmente: ma è su questo che vorrei soffermarmi io.

Ancora un piano cartesiano

Per questa ragione, qualche tempo fa, avevo provato a disegnare la prima versione di una mappa concettuale su un foglio A4, una sera, perché l’idea mi tormentava da un po’. Non c’è una circostanza precisa che me l’ha suggerito, se non l’osservazione della cronaca politica sui media, con i suoi tic e i suoi piccoli e grandi fallimenti. Con una circostanza singolare, ormai riconosciuta dai più: punti di partenza politici sulla carta incompatibili, possono esprimere posizioni del tutto compatibili, per esempio, su finanza internazionale (qualunque cosa voglia dire), delocalizzazione, gentrificazione dei grandi centri cittadini. Questo fenomeno è spesso fotografato dalla categoria del rossobrunismo, un termine che ha chiaramente una sfumatura dispregiativa. Persone che virtualmente si detestano, e che si nutrono politicamente dell’odio reciproco, alla fine convergono e competono per gli stessi voti, negli stessi quartieri, spesso con le stesse parole. Mentre per esempio alcune proposte si trovano da tutt’altra parte, lontane dalle classi lavoratrici e dai loro problemi — e sempre più lontane dalle esigenze delle stesse classi medie.

La spiegazione a portata di mano e meno generosa è che una delle due parti — la rossa o la bruna — reciti, e che dietro il lessico condiviso ci siano intenzioni opposte. Qui governerebbe Aristotele, naturalmente, e il principio di non contraddizione. E potrebbe funzionare per i casi individuali, ma non spiega per nulla il fenomeno, che è troppo frequente e troppo ricorrente per essere un accidente retorico: e comunque è reale, trova un suo pubblico. La somiglianza al contrario è concreta e sistematica, e dipende dal fatto che le coordinate con cui classifichiamo le posizioni politiche misurano la cosa sbagliata. Destra e sinistra, nella forma ereditata dall’emiciclo francese, registravano la posizione rispetto a un conflitto — chi possiede contro chi lavora — che oggi produce previsioni sbagliate: sapere dove qualcuno siede su quella scala non dice quasi nulla su cosa penserà del nucleare, dei confini, dell’intelligenza artificiale o della moneta unica europea.

E l’aspetto forse interessante è che in questo momento la prossima big thing della politica pop (perché sottotraccia già esiste, e non da ieri) potrebbe essere una Marx-renaissance nemmeno troppo eterodossa rispetto al modello originale, e un po’ più rigorosa rispetto alle sue derivazioni novecentesche. Questo perché la conflittualità fra gli haves e gli have-nots è probabilmente ancora più sentita, in un contesto di crisi del sistema di valori delle democrazie liberali: dove i poveri esistevano eccome, ma avendo perso la battaglia culturale per la legittimazione venivano relativamente colpevolizzati della loro condizione — e pertanto se ne stavano nella loro nicchia a lamentarsi poco, per evitare il victim blaming neoliberale.

Ora, però, la sfacciataggine di alcuni alfieri delle tecnodemocrazie, che si dimostrano ora più tecno che democratici, e la pressione sulle classi medie, che sono da sempre il pilastro socio-economico delle istituzioni democratiche, inizia a titillare le masse contro l’arroganza di alcuni autoproclamati oligarchi, contro i data center, contro una certa idea di futuro — rispetto alla quale per decenni abbiamo detto che «there is no alternative», con un’espressione che ora abbiamo tutti una voglia matta di far saltare con il tritolo. E se proprio non c’è alternativa, sai che faccio? Faccio saltare il banco anche a te.

La sovraproduzione delle posizioni

Le questioni sono quindi tutte lì, ma per essere mappate dobbiamo andare oltre le etichette superficiali di destra e sinistra, e cercare i valori soggiacenti all’attuale configurazione della proposta politica. Propongo quindi di sostituire la scala unica con due domande. La prima riguarda il soggetto da salvare: l’individuo, che va liberato dai vincoli in cui è nato, oppure il gruppo, che va difeso da ciò che lo scioglie. Chiamo emancipazione il primo polo e identità il secondo, e li dispongo sull’asse verticale. La seconda domanda riguarda la direzione del tempo: la soluzione sta più avanti di dove siamo, oppure più indietro. Progresso e reazione, sull’asse orizzontale. Sono due domande indipendenti, e questa indipendenza è tutto il contenuto della mappa.

Le due domande

Fig. 1 — Le due domande.

Una precisazione prima di popolare i quadranti, perché la geometria ha un effetto collaterale noto: un piano cartesiano suggerisce che le posizioni differiscano per coordinate e siano quindi equivalenti, come sapori di un menù. La mappa serve a spiegare perché certe posizioni convergano, non a dichiararle intercambiabili, e ricostruire la genealogia di un’idea rimane il contrario dell’approvarla. Alla fine, mostrerò appunto dove passa la linea che la griglia da sola non riesce a disegnare. Ma che quelle idee ci sono, e sono lì, ci serve fra le altre cose a combatterle meglio, se proprio non ci piacciono. L’alternativa c’è sempre.

Chi sono gli abitanti del piano

I quattro quadranti da soli, però, non bastano a collocare nulla, perché dentro ciascuno di essi le due domande possono pesare in modo diverso. Traccio allora le due diagonali e ottengo otto ottavi di spazio: un’etichetta vicina all’asse verticale risponde soprattutto alla domanda sul soggetto, una vicina all’asse orizzontale soprattutto a quella sul tempo. È la direttrice, e senza di essa la mappa resta illeggibile.

In alto a sinistra, nell’ottavo che confina con la verticale, stanno le politiche dell’identità di matrice progressista, che condividono il fine emancipatorio ma lo perseguono attraverso il riconoscimento dei gruppi; nell’ottavo che confina con l’orizzontale, dove il tempo pesa più del soggetto, la sinistra reazionaria propriamente detta — decrescita, luddismo storico e contemporaneo, ecologia antindustriale — cioè chi vuole emancipare andando indietro. In alto a destra, vicino alla verticale, la sinistra ottimista: il sole dell’avvenire, la socialdemocrazia, il New Labour; verso l’orizzontale la destra liberale, il sistema di valori à la «The Economist» (che, lo dico chiaro, a me piace, e apprezzo molto che negli ultimi anni sia diventato molto combattivo), il trickle-down, «there is no alternative», per cui l’emancipazione è un sottoprodotto della crescita. In basso a sinistra, vicino alla verticale, il conservatorismo istituzionale, che mette l’identità prima di tutto; verso l’orizzontale l’alt-right, MAGA, i Proud Boys, per cui viene prima il rifiuto del presente. In basso a destra, vicino alla verticale, i neocon degli anni Ottanta; verso l’orizzontale gli accelerazionisti e i transumanisti della Silicon Valley, che del progresso fanno un fine in sé: e se non ti piace, fatti da parte. Sempre in questo quadrante, a indicare che ogni area, potenzialmente, possa ospitare friend and foes, per esempio anche l’accelerazionismo (non sempre becero), una certa concezione dello scientismo e le estetiche Solarpunk, per chi conosce il genere.

Le otto famiglie

Fig. 2 — Le otto famiglie, un ottavo ciascuna.

Guardando la mappa popolata si vede subito la cosa che cercavo. Sinistra reazionaria e destra identitaria occupano quadranti diversi ma confinanti, e il confine non spiega la loro somiglianza (non potrebbe farlo in un disegno): ma illustra bene il fatto che condividono l’anti-globalismo, l’ostilità al capitale finanziario, la difesa della comunità concreta contro l’astrazione del mercato e, molto spesso, la stessa geografia sociale. Periferie, deindustrializzazione, ceti declassati. Il rossobrunismo, che in Italia ha una storia lunga e ricorrenze recenti su guerra, sanità e sovranità monetaria, non è un’anomalia da spiegare via: è la prova che quelle due famiglie competono per gli stessi elettori proprio perché offrono risposte alternative allo stesso dolore. Sono nemiche elettoralmente e solidali nei fini. E si noti che sono anche i due ottavi più esterni, quelli in cui la posizione sul tempo schiaccia la posizione sul soggetto.

Se è così, la vera frattura non corre lungo nessuno dei due assi, ma lungo la diagonale. Da una parte il blocco che accetta la direzione del tempo storico e discute soltanto su come distribuirne i frutti: sinistra ottimista e destra liberale, che sulla carta si combattono e nei fatti hanno governato insieme il trentennio. Dall’altra tutto ciò che quella direzione la rifiuta, per ragioni opposte e con lo stesso bersaglio. La diagonale che avevo disegnato come vettore si è rivelata un crinale.

Il crinale

Fig. 3 — Il crinale e la convergenza rossobruna.

Ne segue che l’asse orizzontale pesa più di quello verticale nel determinare le alleanze reali. E ne segue che i tech bros sono il caso anomalo: stanno sul lato del progresso ma perseguono fini identitari, il che spiega perché siano gli unici capaci di allearsi tatticamente sia con il conservatorismo di governo sia con il liberalismo economico, senza appartenere pienamente né all’uno né all’altro. È in breve la teoria di Aresu del capitalismo politico, ma spostata su obiettivi privati, che con quelli degli Stati talvolta coincidono e talvolta no — e il punto non è la coincidenza, è che a decidere quando smettano di coincidere sia un privato. Il caso Starlink in Ucraina serve proprio perché è ambivalente: la stessa infrastruttura è stata prima un contributo decisivo e poi oggetto di limitazioni d’uso decise fuori da qualsiasi catena di comando pubblica.

Amici e nemici, geometricamente

A questo punto la geometria comincia a dire cose che non le avevo chiesto. Se ogni ottavo è definito da due risposte, la posizione di ciascuno rispetto agli altri sette smette di essere decorativa e diventa una previsione. Se ne ricavano tre regole, e un caso limite.

Amici e nemici

Fig. 4 — Amici, nemici e indifferenti.

La prima regola: il nemico giurato sta nell’ottavo antipodale. Chi si trova esattamente dall’altra parte del centro ha risposto alle stesse due domande e ha invertito entrambe le risposte. Ne viene un’ostilità di un genere particolare, che assomiglia più al riconoscimento che al disprezzo: ci si occupa delle stesse cose e se ne dà la soluzione rovesciata. Pannella lo diceva bene, ironizzando sul fatto che lui e il cattolicesimo tradizionalista si preoccupassero delle medesime questioni, con opinioni opposte. Tradotto sulla mappa, è letteralmente vero: il tradizionalismo cattolico occupa l’ottavo dell’identità che confina con la verticale, in basso, e la tradizione radicale quello dell’emancipazione che confina con la verticale, in alto. Stesso asse, segno invertito. L’antipapa non era una battuta, era una coordinata.

E la regola tiene anche dove sarebbe meno intuitiva. Il nemico giurato del Solarpunk non è il neofascismo, che pure gli riesce antipatico: è l’ecologismo antindustriale, che gli sta esattamente all’opposto. Condividono la domanda — che cosa facciamo della natura e della tecnica — e rispondono al contrario, gli uni con più tecnica, gli altri con meno. Il neofascismo, invece, non è nemmeno un interlocutore: sta a novanta gradi, e i due non si incontrano mai perché non parlano della stessa cosa.

La seconda regola: gli alleati naturali sono i contigui, e per la stessa ragione sono i concorrenti. Due ottavi confinanti condividono una risposta su due, e quindi condividono anche il bacino elettorale: il rossobrunismo da cui sono partito è esattamente questo, e la sua doppia natura di alleanza sui fini e di guerra sui voti smette di essere un paradosso. Ne segue un’asimmetria che vale la pena scrivere per esteso: il nemico giurato non ti toglie voti, il vicino sì. È la ragione per cui le polemiche più feroci sono sempre fratricide, mentre quelle contro l’antipodo hanno un che di rituale, quasi affettuoso.

La terza regola: fra ottavi ortogonali c’è indifferenza. Non condividono né la risposta dominante né l’avversario, e si ignorano — il che spiega perché certi scontri che sulla carta dovrebbero essere epocali non avvengano mai, e perché certe alleanze apparentemente contro natura non costino nulla a nessuno dei due contraenti.

Resta il caso limite, che è quello interessante: chi non sta dentro un ottavo ma su una linea. L’ALDE europeo è l’esempio da manuale, perché siede sul crinale, cioè sulla diagonale che separa la sinistra ottimista dalla destra liberale. Un nemico ce l’ha, e ben definito, perché anche l’antipodo di una linea è una linea, e quella che gli sta di fronte è il nucleo identitario-sovranista. Quello che gli manca sono i vicini: entrambi gli ottavi che confinano con lui gli contendono gli stessi elettori senza che lui possa rivendicare né l’uno né l’altro, e la posizione che sulla carta appare mediana si rivela una tenaglia. Nei termini del capitale simbolico su cui tornerò più avanti, sedere su una linea significa non poter accumulare capitale orientato, perché non si è scelta una direzione.

Il Partito Radicale è il caso simmetrico e più elegante, perché sta a cavallo dell’asse verticale invece che di una diagonale: risposta nettissima sul soggetto, risposta indeterminata sul tempo. Da lì discendono insieme il nemico assoluto e le alleanze ballerine, che nella cronaca politica italiana sono sempre stati raccontati come due tratti caratteriali e sono invece una sola posizione. Esiste dunque un modo geometrico, quasi spinoziano, di concepire le alleanze politiche — con l’avvertenza che la geometria descrive lo spazio delle mosse possibili, non la qualità di chi le compie.

Come ci si comporta nel piano, nel 2026

Chiunque potrebbe chiedersi naturalmente perché l’asse orizzontale pesa così tanto. La risposta, molto impressionistica, che mi sono dato io è che negli ultimi anni la percezione del tempo che scorre si è fatta fortissima. Che la storia corra con un’accelerazione costante è vulgata, ormai: lo leggiamo anche nelle conversazioni fra Paperone e Rockerduck su Topolino. Il rombo del futuro è fortissimo, e a qualcuno questo inquinamento acustico non piace: e non è detto che questo non coincida con esigenze materiali giustificate. È la direzione in cui va Lea Ypi in Confini di classe, con categorie marxiane e senza alcun bisogno di professare un marxismo: la frattura vera non passa tra nativi e stranieri, ma tra chi ha diritti e risorse e chi ne è sistematicamente privato, e la sinistra, inseguendo le narrazioni identitarie, ha smarrito il compito che storicamente la definiva, cioè organizzare la solidarietà di classe. Il motivo per cui l’aggregazione identitaria si abbatte invece sul “diverso” (ma quanto diverso?) e sul nuovo arrivato è forse più materia socio-antropologica, e questo sistema a quadranti non lo dice.

L’altra considerazione da fare, non preventivata in anticipo, è che gli ottavi di piano che appartengono alla sinistra in senso moderno (post-rivoluzione francese, diciamo) sono due o tre al massimo su un totale di otto. La sproporzione è vistosa, e la prima reazione è ridimensionarla: la mappa non è una previsione di voto, e nulla vieta che due soli ottavi raccolgano il quaranta per cento mentre altri tre restano all’uno virgola due, o senza rappresentanza affatto, come è accaduto fino a pochi lustri fa. Vero, ma non risolve niente, perché la sproporzione non riguarda i voti: riguarda il numero di posizioni pensabili.

Il punto è che questa griglia non è una mappatura oggettiva dei sistemi di idee, e soprattutto non è a-storica. Una volta ci si orientava su due o tre caselle in tutto il piano — conservatori, progressisti, moderati — mentre la sovraproduzione dei contenuti e la loro iperdistribuzione ha allargato lo spettro delle prospettive politiche percepibili, prima ancora che disponibili. Il cambio generazionale, attenuando alcuni tabù (alcuni francamente piuttosto utili), ha fatto il resto. Ne consegue che gli ottavi non sono otto perché il piano cartesiano ne consente otto: sono otto perché oggi se ne riconoscono otto.

Questo spiega fra le altre cose le difficoltà dei partiti tradizionalmente maggioritari nel tenere insieme le cose: un Partito Democratico italiano ha probabilmente in casa residui del New Labour, nostalgici della Terza Via giddensiana, gli attivisti per i diritti civili, una quota crescente di populisti anti-sistema, qualche reazionario sparso e persino alcuni (credo non pochi) che dei diritti civili pensano tutto il peggio possibile. Questa configurazione, associata alle dinamiche interne di un partito nazionale, contribuisce a fagocitare la leadership in continuazione: con il risultato che in Italia, negli ultimi dieci anni almeno, non c’è stato segretario del PD che non abbia rischiato seriamente di fare la figura del fesso — pur quasi certamente non essendolo.

Tutto questo descrive la mappa da fuori. C’è però un modo di metterla alla prova da dentro, e consiste nel cercare per ciascun ottavo i padri e le madri nobili. La sinistra ottimista ha Condorcet, Hegel, Marx, e a monte Saint-Simon, dal quale escono per gemmazione la socialdemocrazia e la tecnocrazia europea. La destra liberale ha Smith, Hayek, Mises: la teoria dell’informazione dispersa nei prezzi è la forma colta di «there is no alternative». La sinistra new social ha il ramo francese, Foucault e Derrida, e più a monte il Rousseau dell’io autentico soffocato dalle convenzioni. La sinistra reazionaria ha Ruskin, William Morris, Karl Polanyi, Ivan Illich — e di nuovo un Rousseau, quello del Discorso sulle scienze e le arti, che non a caso i due ottavi di sinistra si contendono: il che spiega parte della litigiosità nell’area. Il conservatorismo istituzionale ha Burke e Hume, e sul versante italiano Del Noce, una filiera diversa e assai meno scettica. I neocon hanno Leo Strauss e la menzogna nobile, più James Burnham. Restano i due ottavi esterni in basso: l’alt-right, che rivendica Schmitt, Sorel ed Evola più di quanto li abbia ereditati, e i tech bros, che citano Nietzsche e Ayn Rand e non nominano mai Comte (troppo sofisticato per i loro palati di lettori di non fiction pratica), che è però il loro vero antenato. Fun fact, la lettura che Alessandro Aresu dà dell’opera complessiva (incompleta) di Adam Smith potrebbe collocarlo anche nel quadrante progressista-identitario, probabilmente più vicino all’identità: che è probabilmente anche il quadrante ipotetico di Enrico Mattei.

Padri nobili

Fig. 5 — Gli stessi otto ottavi, con i padri nobili.

A questo punto l’obiezione si presenta da sola, ed è la più forte: sono tutte tradizioni inventate, nel senso di Hobsbawm che mi piace citare sempre. La linea Condorcet-Hegel-Marx è stata costruita a posteriori quanto lo è stata quella che fa di Burke il padre del conservatorismo: l’invenzione della tradizione è la norma, non lo scandalo. L’obiezione è corretta e costringe a cambiare criterio. La domanda utile non è se un ottavo abbia una tradizione, ma se qualcuno che riconosciamo come intelligente abbia mai sostenuto quelle cose prima. Ruskin e Polanyi passano l’esame. L’ottavo che per trovare un antenato deve fermarsi a Evola ha un problema che non riguarda l’anzianità (che sarebbe appunto un argomento reazionario basato sull’autorità, che non mi appartiene).

Il criterio ha un costo, e conviene dichiararlo invece di aspettare che lo faccia un lettore ostile: «chi riconosciamo come intelligente» è un giudizio del canone, e il canone è costruito esattamente come le tradizioni che sto contestando. Resta comunque il migliore strumento disponibile, e produce un risultato che vale il pezzo intero: l’ottavo meglio fornito di antenati seri è forse la sinistra reazionaria, che nessuno rivendica; i due che hanno più bisogno di padri nobili, l’alt-right e i tech bros, sono anche i due che devono inventarseli, perché la loro genealogia reale è cortissima. E sono, guarda caso, i due ottavi in cui la sovrapposizione fra le due mappe è più forzata.

Resta però una linea che la griglia non disegna. La differenza tra Proud Boys e conservatorismo di governo non è di quadrante — lo condividono — e nemmeno la distanza fra i due ottavi basta a renderla intelligibile: è la ragione per cui una mappa cartesiana, da sola, produce l’effetto menù, come nel caso dei vari test politici facilmente reperibili online, dove per esempio il “fascismo” è buttato lì, come un’opzione fra le altre. La differenza sta nel rapporto con il pluralismo: se l’avversario sia un concorrente da battere alle urne o un nemico da eliminare dal campo. È una discontinuità, non un gradiente, ed è già implicita nel padre nobile di quell’ottavo, Carl Schmitt, che sulla coppia amico-nemico ha costruito tutto (e le cui simpatie politiche, al netto del suo genio, non erano proprio raccomandabili). La soglia esiste, ma non è una linea che il piano cartesiano possa contenere: taglia i quadranti trasversalmente invece di seguirli, e nella Fig. 6 la disegno come si disegna un confine su una carta che non è fatta per ospitarlo. E passa anche dentro la sinistra: chi tratta il dissenso come una patologia da sanzionare la sta attraversando nello stesso modo.

Sono certamente influenzato dalle mie simpatie, ma il quadrante emancipazione-progresso ha una proprietà strutturale che gli altri non hanno: non contiene, per costruzione, una soglia oltre la quale l’avversario diventa nemico. Il suo pericolo è simmetrico e opposto: nella fiducia cieca nel progresso come panacea, rischia di lasciare indietro chi non tiene il passo — e chi resta indietro finisce negli ottavi di qualcun altro.

La soglia del pluralismo

Fig. 6 — La soglia del pluralismo.

Un’ultima annotazione in merito alle sottoculture folkloriche politicizzate. Una in particolare. La manosfera, che pure si affaccia dalle parti a sinistra del quadrante, nella mappa non la metto: attribuirle un ottavo significherebbe concederle lo statuto di visione del mondo, mentre è un mercato di risentimento con un modello di monetizzazione. Compare come sintomo di un ottavo, non come suo abitante, e la differenza conta perché il test genealogico su di essa non si può nemmeno impostare.

Il fardello del capitale simbolico

Chi legge questa mappa da elettore può fare una cosa che nessun partito può fare facilmente: spostarsi. Io sono pragmatico, e se l’AfD prende molti voti in Sassonia mi sposto volentieri a sinistra per compensare, senza che questo mi costi nulla — non ho un congresso da convocare, né una corrente da rassicurare, quadri e dirigenti da confermare. Un partito nazionale quella mobilità non ce l’ha: non può riorganizzarsi senza far fuori qualcuno, non può cambiare figure senza che la sostituzione diventi una resa dei conti, non può cambiare idea senza perdere credibilità. Gli manca la flessibilità organizzativa e, prima ancora, quella semantica.

Ed è qui che il test genealogico si rovescia. Prendere posizione è un investimento simbolico: quando un soggetto è nuovo lo fa quasi senza attrito, perché non ha nulla alle spalle che possa contraddirlo, e ogni valore che dichiara si deposita come capitale. Il termine è di Bourdieu, ma il meccanismo che mi interessa non è il suo: Bourdieu descrive come il capitale simbolico si accumuli e si converta in altre forme di capitale, e non dice nulla su che cosa gli accada quando cambia direzione. Qui serve invece una regola di composizione, non di conversione. Se muti i valori non ne accumuli di nuovi sopra i vecchi, perché la somma di due investimenti che puntano in direzioni diverse dà una risultante più corta di entrambi, e in certi casi sottrae. È composizione di vettori, non addizione di saldi.

Il caso principe è la Lega. Nata lombarda, con un investimento tutto giocato sull’opposizione fra un Nord produttivo e uno Stato centrale predatorio, ha poi convertito quel capitale in una scommessa nazionale, diventando fra le altre cose un partito capace di eleggere al Sud: operazione riuscita sul piano dei voti e costosissima su quello simbolico, perché ha reso ogni mossa successiva più faticosa della precedente. Oggi la risultante è corta, e sul suo elettorato si è aperta un’OPA da due lati, Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale — che è nuovo, non ha ancora investito nulla, e per questo può dichiarare qualsiasi cosa (e pure qualsiasi scemenza) al costo di zero attrito. La profondità genealogica è un patrimonio quando si tratta di pensare e un vincolo di direzione quando si tratta di muoversi, e nel trentennio in cui gli ottavi si sono moltiplicati ha contato più la seconda cosa della prima. Il paradosso è che le forze meno attrezzate a immaginare un futuro comune sono le sole ad averne formulato uno.

Capitale simbolico

Fig. 7 — Il costo simbolico di un cambio di direzione.

Un partito antifragile sarebbe quello capace di guadagnare dalla frammentazione invece di subirla: di attraversare gli ottavi senza perdere la faccia, perché avrebbe dichiarato in anticipo che la sua fedeltà sta al metodo e non alla casella. Non ne vedo in circolazione (a parte i dribbling di Italia Viva, ma non direi che il capitale guadagnato sia in credibilità), e forse l’oggetto è contraddittorio. Lo si può però verificare nella cultura politica recente. Bisogna intendersi su cosa possa essere la Marx-renaissance che ho annunciato all’inizio dell’articolo: certamente, quella auspicata da Lea Ypi è di matrice solidale, universalista e progressista.

Tuttavia, grazie a questa mappa sappiamo già dove è stata recentemente sfruttata l’opera di Gramsci e di Marx: non nell’ottavo della sinistra ottimista, che è troppo legato ai propri antenati per riscrivere il proprio vocabolario, ma in quello reazionario, e dentro la destra identitaria, che le categorie marxiane le può prendere in prestito senza doverne rispondere a nessuno. I vari Alain de Benoist e nuove destre varie nel Continente hanno fatto esattamente questo, dimostrandoci di aver fatto compiti bene — mentre il PCI disperdeva capitale semantico fra il '68 e il '77, ostracizzando i leader dei movimenti (e magari radicalizzandoli).

Il caso è interessante per una ragione: dimostra che il terreno politico è anche un campo di idee, e che per un contendente politico è fondamentale sviluppare la capacità di formulare un’idea di mondo e un’ipotesi di futuro — e di questi tempi non ce ne sono molte che siano sia fresche, sia potabili. Resta da vedere che connotati prenderà questa nuova Marx-renaissance che ho ipotizzato. Se si depositerà dove la tradizione le assegnerebbe, senza frizioni, allora avremmo falsificato tutta la teoria: questi assi sarebbero sbagliati e la mappa andrebbe buttata. Già aver formulato ipotesi geometriche sulla politica, un po’ spinoziane e persino falsificabili non sarebbe male.

Riferimenti bibliografici

Aresu, A. (2020). Le potenze del capitalismo politico. Milano: La Nave di Teseo.

Bourdieu, P. (1979). La distinction. Critique sociale du jugement. Paris: Les Editions de Minuit.

Burke, E. (1790). Reflections on the Revolution in France. London: J. Dodsley.

Hobsbawm, E., Ranger, T. (a cura di) (1983). The Invention of Tradition. Cambridge: Cambridge University Press.

Schmitt, C. (1932). Der Begriff des Politischen. Munchen: Duncker & Humblot.

Ypi, L. (2019). “The far-right international is here – when will the left wake up?”. Social Europe, 26 giugno.

Ypi, L. (2025). Confini di classe. Diseguaglianze, migrazione e cittadinanza nello stato capitalista. Milano: Feltrinelli.

DL

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.