teoria
legge di Goodhart
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Formulata da Charles Goodhart (1975) a proposito degli aggregati monetari e resa nella forma oggi corrente da Marilyn Strathern (1997): quando una misura diventa un obiettivo, cessa di essere una buona misura. Il meccanismo non richiede malafede — basta che qualcuno sia valutato su un indicatore perché cominci a ottimizzare l’indicatore invece della cosa che l’indicatore doveva rappresentare, e da quel momento i due si separano. Nel sito non è una curiosità di teoria della misurazione ma lo schema ricorrente che l’archivio ha isolato in domini diversi prima di dargli un nome: i voti dei compiti che salgono mentre gli esami peggiorano, e smettono quindi di predirli; gli incidenti segnalati che scendono senza che si sappia nulla degli incidenti; la valutazione differenziata degli atenei cinesi che rischia di produrre una nuova gerarchia proprio perché è agganciata al finanziamento. La variante che interessa di più è quella in cui il misurato può accorgersi di essere misurato: lì l’ottimizzazione dell’indicatore diventa strategica e il divario fra segnale e sostanza smette di essere un effetto collaterale. Il corollario pratico è che un sistema di valutazione va giudicato non dalla bontà degli indicatori ma dal legame fra chi misura e chi paga: dove quel legame è assente o distribuito fra più mani, la legge morde meno.
- capitale semantico — Quando l’indicatore diventa l’obiettivo si ottimizza l’output e si salta il processo: il capitale semantico è ciò che il salto non costruisce.
- monitorabilità — Un modello che sa di essere osservato ottimizza la misura invece del comportamento: Goodhart applicato a un sistema che se ne può accorgere.
- segnale costoso — Un segnale il cui costo crolla diventa un bersaglio raggiungibile da chiunque: è il momento in cui la misura smette di misurare.
- università — Il ranking unico è il caso in cui la misura ha riscritto l’istituzione che avrebbe dovuto descrivere.