teoria
segnale costoso
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Nella teoria dei segnali — Michael Spence (1973) per i mercati, Amotz Zahavi (1975) per la biologia, con il principio dell’handicap — un segnale è credibile quando produrlo costa, e costa di più a chi mente che a chi dice il vero: il costo non certifica il contenuto, certifica che qualcuno ha ritenuto valesse la pena sostenerlo. Nel sito è il concetto che spiega che cosa si rompe quando l’AI entra nella scrittura. Un testo umano richiede più tempo a scriversi che a leggersi, e quell’asimmetria era una garanzia di sforzo — non di qualità, il mondo è pieno di prosa pessima, ma di intenzione. Azzerato il costo di produzione, il segnale smette di discriminare, e la fiducia che vi si appoggiava deve trovare un’altra base: è la ragione per cui la dichiarazione esplicita dell’intervento non è un vezzo di trasparenza ma il sostituto funzionale di un costo che non c’è più. Il corollario vale oltre la scrittura: ogni volta che una tecnologia abbatte il costo di emettere un segnale, le istituzioni che su quel segnale poggiavano vanno ricostruite, non difese.
- capitale semantico — Il costo della scrittura era anche il modo in cui il capitale semantico si accumulava: chi lo aggira ottiene il testo e non l’accumulo.
- legge di Goodhart — Un segnale il cui costo crolla diventa un bersaglio raggiungibile da chiunque: è il momento in cui la misura smette di misurare.
- morte dell’autore — Barthes toglieva l’autore come garante del senso; l’AI lo toglie come produttore del testo, e solo la seconda azzera il costo del segnale.
- scrittura — La fatica di scrivere è in larga parte la fatica di pensare: il costo non era un attrito da eliminare, era il processo.