Studio di Julien Nocetti per il Centro geopolitica delle tecnologie dell’Ifri. La distinzione iniziale in tre tipi — tecnica, cioè rotture di compatibilità fra protocolli; geopolitica, cioè controllo statale, blocchi ed esclusioni; commerciale, cioè concentrazione in piattaforme proprietarie — è la parte che serve di più, perché tiene separate cose che il termine «splinternet» confonde abitualmente. Il confronto fra i quattro attori porta il resto. La Cina persegue una strategia su tre livelli: standard tecnici alternativi, controllo dell’hardware attraverso i cavi e Huawei, e applicazioni proprietarie in cui la frammentazione è stratificata — WeChat combina compatibilità selettiva fra dispositivi, registrazione restrittiva e funzioni geo-bloccate. La Russia punta alla scissione, e durante l’invasione ha reindirizzato il traffico ucraino verso server propri. L’India sta in una posizione ambigua fra terza via e dipendenza tecnologica: duecento app cinesi bloccate, Huawei escluso dal 5G, India Stack come infrastruttura sovrana, ma legami stretti con la Silicon Valley. L’Unione europea è l’unica che resiste alle forze centrifughe per via normativa invece che tecnica — la sovranità digitale come esportazione di regole, con DNS4EU e Global Gateway che vincolano gli investimenti infrastrutturali a standard di interoperabilità. Fra i dati vale la pena tenere quello sulle radici: tredici identità DNS root, controllate da nove organizzazioni americane, due europee e una giapponese. È la misura di quanto la rete resti, nella sua architettura di base, un’infrastruttura a proprietà concentrata — che è la ragione per cui la frammentazione viene rivendicata come emancipazione anche da chi ne subirebbe i costi. La data qui è convenzionale: il documento indica febbraio 2024 senza giorno.

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Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.