Dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, sedici morti, gli studenti serbi protestano da quasi due anni: blocchi delle università, strade chiuse, marce di centinaia di chilometri. Ora si presentano alle elezioni anticipate contro Aleksandar Vučić, al potere da quattordici anni. La loro lista di 250 candidati, professori, medici, operai, attori, è stata scelta dalle facoltà e dalle assemblee studentesche dopo colloqui e verifiche, con la partecipazione di migliaia di persone. Il loro slogan è «La Serbia o la mafia». Il movimento ha messo in crisi un regime abituato a neutralizzare gli oppositori proprio perché non ha un capo da colpire: un’identità collettiva senza figura di riferimento, rimasta unita nonostante le differenze ideologiche.
Filip Balunović, ricercatore all’Università di Belgrado e studioso dei movimenti sociali, ricorda il prezzo pagato: studenti investiti, spiati, arrestati, picchiati dalla polizia e da gruppi legati alla criminalità, alcuni costretti all’esilio. Ricorda anche l’equilibrismo di Vučić, che condanna l’invasione russa dell’Ucraina ma non applica le sanzioni, accoglie Zelensky e vanta l’appoggio di Putin. È un’opinione di parte, scritta da un osservatore vicino al movimento alla vigilia del voto, e il risultato non è ancora noto.
Paolo Giordano parla con Annalisa Cuzzocrea dell’accordo che Trump spinge sulle condizioni russe, che per lui confonde la cessione di territori con l’assenza di garanzie di sicurezza, e del rallentamento di Starlink e delle informazioni di intelligence, che chiama «un atto di coercizione venato di sadismo». Sostiene che in Italia la narrazione del negoziato rifiutato da Kiev abbia ormai conquistato «una parte maggioritaria dell’opinione pubblica»: è un’impressione che non accompagna con dati, e che altre fonti invitano a leggere come amplificazione più che come creazione. Il resto è più misurato: rifiuta l’etichetta «putinisti», considera legittimo il pacifismo che propone di usare gli asset russi congelati, e invita ad ascoltare gli inviati che seguono l’occupazione dall’inizio. La parte più utile riprende il suo Da vicino: siamo meno liberi di quanto crediamo nelle opinioni che formuliamo, perché una lieve inclinazione basta a far convergere gli algoritmi, e ormai anche i media tradizionali, su una realtà o sulla realtà opposta. Ne è un esempio il modo in cui la causa ucraina e quella di Gaza vengono messe l’una contro l’altra, come se la solidarietà con un popolo occupato escludesse l’altra.
Dopo le violenze e i saccheggi in Francia, in Italia e in Belgio, i regolatori europei esaminano il ruolo delle piattaforme nella diffusione di disinformazione e di contenuti violenti. Laura Dubois e Sam Jones raccolgono gli indizi: account filorussi e di estrema destra già legati a campagne precedenti hanno rilanciato video violenti, e il ricercatore David Colon di Sciences Po collega alcuni influencer alle reti russe Storm-1516 e Matryoshka, con segnali di operazioni iraniane e algerine. Un video di fuochi d’artificio visto quasi sei milioni di volte su X veniva in realtà dalle proteste di Tbilisi del 2024. Le fonti di intelligence sono però nette: gli attori stranieri amplificano una rabbia autentica, non la creano, e attribuire le proteste ai russi sarebbe «troppo semplice». Colon stesso precisa che gli influencer filorussi non sono all’origine delle manifestazioni né ne hanno cambiato il corso.
La risposta politica, intanto, passa dalle piattaforme. La Commissione chiede che i contenuti non vengano amplificati dagli algoritmi e incontra le autorità francesi sulla collaborazione con X; il Belgio discute di TikTok; ad Amazon e Vinted si chiede di bloccare la vendita di merce saccheggiata. In Italia il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida condotta con TikTok, i social e YouTube. Il titolo parla di disinformazione e non di mandanti, e la mossa concreta, per ora, è giuridica.
Asma Mhalla, che studia la geopolitica della tecnologia al Laboratoire d’Anthropologie Politique dell’EHESS, ha pubblicato con Einaudi Resistere ai tempi oscuri, uscito in inglese e francese come Cyberpunk. Nell’intervista con Daniele Molteni respinge la parola «fascismo» come categoria pigra: nel trumpismo ci sono il culto della forza e il nemico interno, ma si vota, si critica, si intervista. Preferisce parlare di «fascismo-simulacro» e di uno «Stato minimo totale», che rinuncia a capacità pubbliche mentre espande quelle coercitive e diventa dipendente dalle imprese che controllano cloud, satelliti e intelligenza artificiale. Il punto centrale è la libertà cognitiva: chi possiede le infrastrutture che organizzano attenzione, memoria e ragionamento possiede le condizioni del pensiero, e consigliare la disintossicazione digitale a chi non ha tempo né sicurezza materiale diventa quasi osceno.
Sull’Europa è severa: la sovranità è un placebo ripetuto nei libri bianchi, e la regolazione non può sostituire una strategia industriale, tesi che si oppone all’idea della regolazione come leva più efficace dell’Unione. Su Israele usa un linguaggio da militante, «hasbara», «coloni terroristi», che va letto come presa di posizione e non come analisi. Chiude rifiutando ogni mitologia della resistenza: crede negli imprevisti della storia più che nei profeti.
Lorenzo Castellani rilegge la storia della Repubblica italiana attraverso il «vincolo esterno», la formula che compare nella relazione della Banca d’Italia del 1953 e che Guido Carli trasforma in chiave di lettura del paese. L’idea corrente è che l’Italia abbia ricevuto istruzioni dall’estero. Castellani, con Emidio Diodato, sostiene il contrario: sono state le classi dirigenti italiane a cercare e negoziare gli impegni internazionali, dallo SME del 1978 a Maastricht, dall’euro al PNRR, per ottenere dall’esterno la continuità e la disciplina che la politica interna non garantiva. Il vincolo esterno non è solo una sovranità ceduta ma una scelta politica, che limita l’autonomia e insieme rafforza la capacità di agire, a costo di svuotare le scelte sottoposte agli elettori.
Da qui la lezione per la Francia, dove le forze che contestano l’Unione e promettono più spesa pubblica potrebbero arrivare al governo. In Italia i populisti di destra e di sinistra si sono piegati ai conti e ai mercati, non per conversione ideologica ma per adattamento pragmatico. Castellani avverte però che il vincolo esterno contiene le promesse radicali senza produrre risultati sociali, e può allargare la distanza fra politica ed elettori. Il suo uso migliore non è imporre una linea da fuori, ma costringere chi governa a fare i conti con le proprie promesse.
Thomas Meaney recensisce The West: The History of an Idea di Georgios Varouxakis, e il pregio del libro è di fare la cosa che i saggi sull’Occidente non fanno mai: datare. Non una genealogia che risale agli ateniesi contro i persiani o alla divisione dell’impero sotto Diocleziano, ma un indirizzo preciso — 17 rue Monsieur-le-Prince, sesto arrondissement, dove negli anni Quaranta dell’Ottocento Auguste Comte progetta la République occidentale, l’avanguardia dell’umanità destinata all’età positiva. Il termine nasce per risolvere un problema tecnico di perimetro: «Europa» e «cristianità» includevano la Russia ortodossa, che Comte giudicava impreparata, ed escludevano i coloni europei nelle Americhe e in Australasia. Serviva una parola che tagliasse via l’Europa orientale tenendo dentro la Gran Bretagna e i suoi possedimenti: occidentalité, che i discepoli inglesi tradussero prima con Occidentalism e poi con Westernness.
Da lì la storia è quella di una sottrazione. Richard Congreve, 1866: «L’eliminazione della Russia dal sistema è la prima grande rettifica.» La guerra di Crimea è la scomunica, ed è il momento in cui Dostoevskij si radicalizza — due nazioni cristiane alleate a una potenza musulmana contro la Russia, e da lì la Russia come Cristo umiliato delle nazioni, con una missione propria non inferiore ma successiva a quella occidentale. È l’osservazione più esportabile della recensione: l’antioccidentalismo non nasce fuori dall’Occidente, nasce dentro le società appena occidentalizzate, e la catena che Meaney traccia — Lu Xun in Cina, Mishima in Giappone, Jalal Al-e-Ahmad in Iran con il suo gharbzadegi, «occidentossicazione», Oğuz Atay in Turchia — è una sola reazione ripetuta a distanza.
Il titolo viene dalla parte meno comoda. Nel 1853 Francis Lieber, liberale tedesco emigrato negli Stati Uniti, cerca un aggettivo per «l’intera porzione caucasica occidentale dell’umanità» e propone Cis-Caucasian, dove il taglio non passa fra Europa e Asia ma dentro l’Europa: fuori gli slavi e gli «altri bianchi retrogradi» del sud e dell’est. La parola non attecchì, la funzione sì, e il punto è che l’Occidente è sempre stato anche una graduatoria, non solo una geografia. Vale la pena notare quanto a lungo l’appartenenza americana sia rimasta incerta: Churchill preferiva «atlantico», T.S. Eliot nel 1927 giudicava «Occidente» un termine sbagliato se comprendeva anche l’America — «per certi versi l’America somiglia più all’Asia che all’Europa» —, Kennan usava l’Abendland di Spengler, che escludeva insieme gli Stati Uniti e la Russia.
La chiusa è la ragione principale per archiviarlo. Meaney contesta la lettura liberal americana secondo cui Trump starebbe smantellando l’Occidente: nel discorso di Varsavia del 2017 l’Occidente è nominato nove volte, e a quel discorso è seguito il più grande dispiegamento di truppe americane in Europa dalla fine della guerra fredda. La tesi è che l’elogio trumpiano della civiltà occidentale rispecchi il civilizzazionismo russo e cinese, e che in tutti e tre i casi «civiltà» sia evocata come forza per disciplinare una classe imprenditoriale insufficientemente nazionalista: chi ha capito che conviene lavorare con e attraverso lo Stato è chi oggi parla il linguaggio della civiltà, e il libro di Alexander Karp sul posto della Silicon Valley nella difesa dell’Occidente è il segno dell’allineamento nuovo. L’ultimo paragrafo formula la categoria: l’Occidente ha vinto sui termini concorrenti perché elide la contraddizione, ed è insieme perimetro e orizzonte. «Quando le cose vanno bene, l’Occidente è una formazione illimitata; quando si mettono male, taglia le perdite, si ritira in sé stesso e pubblica libri sul perché è il migliore.»
Nell’archivio la scheda fa coppia con il saggio di Perdue sul tianxia: due discorsi di civiltà costruiti per un problema di legittimità interna e presentati come proposta universale, con la stessa asimmetria fra il pubblico di dentro e quello di fuori. E dà profondità storica al gruppo sullo splinternet, perché la rottura della rete per giurisdizione è l’erede tecnica di una separazione che la Crimea aveva già compiuto in politica.
Roger Cohen — capo ufficio del NYT a Parigi, ex corrispondente da Roma negli anni '80 — firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità governativa: il 4 settembre 2026 diventa il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Due mesi di reportage, poi un’intervista rara. Il risultato è un’operazione editoriale che vale la pena leggere in controluce. Il NYT cerca nell’hard right europeo una figura che abbia fatto campagna sull’identità e sulle frontiere ma che governi con disciplina tecnocratica — e che possa essere presentata come alternativa al modello Trump. Lo trova in Meloni. L’effetto collaterale è che il paesaggio politico italiano scompare quasi completamente dal quadro: la sinistra di Schlein, il centro frammentato, il populismo di Conte, la destra stessa di Meloni come sistema articolato — tutto si riduce a Meloni e al suo sfondo. I fatti del pezzo confermano cose già note: la svolta europeista (da «uscire dall’euro» nel 2014 al rispetto rigido del Patto di Stabilità per accedere ai 221 miliardi del PNRR), il sostegno all’Ucraina, le 450.000 viste da lavoro autorizzate in silenzio mentre la campagna sull’immigrazione proseguiva ad alta voce, la sconfitta netta nel referendum sulla riforma della magistratura. Ma la tesi implicita che tiene insieme il profilo è questa: campagna hard right più governo pragmatico uguale stabilità. Un modello presentato come virtuoso ed esportabile — il pezzo lo dice esplicitamente parlando di Le Pen in Francia e AfD in Germania. Il problema è che il modello non è una scelta: è un vincolo. L’Italia ha un debito pubblico intorno al 140% del PIL, spread sensibili alle deviazioni fiscali e obblighi stringenti legati al PNRR. La memoria di cosa costa sbagliare i conti è fresca: il superbonus di Conte ha aggiunto centinaia di miliardi al debito; la Quota 100 di Salvini è stata ridimensionata per ragioni di cassa; il deficit è sceso dal 7% al 3% non per virtù ma per necessità. In un sistema così compresso, lo spazio per una politica economica riconoscibilmente «di destra» — tagli fiscali significativi, spesa espansiva, sussidi selettivi — è quasi nullo. Il terreno su cui si può agire senza far esplodere i conti è quello valoriale-identitario: immigrazione, diritti civili, il linguaggio della «nazione» al posto di «Repubblica» che Cohen registra puntualmente, battaglie culturali a costo zero per il bilancio ma ad alto rendimento come marcatori di appartenenza. Migranti e diritti diventano così il principale strumento di differenziazione politica — non perché abbiano una portata reale comparabile ai temi economici, ma perché sono l’unico campo in cui si può agire senza conseguenze di bilancio. Questo spiega anche il voto di protesta verso gli estremi, che Cohen illustra attraverso Piombino — città siderurgica toscana: 8.000 operai nel dopoguerra, oggi 500, settant’anni di promesse della sinistra rimaste inevase. «Ci hanno traditi», dice un ex operaio dell’altoforno. «Ero sotto la sinistra da settant’anni, adesso darò la destra per settant’anni.» Il voto di protesta non va letto come analfabetismo politico ma come risposta razionale — per quanto frustrata — di elettorati che hanno visto la politica mainstream dimostrare di non avere margini reali di manovra. Il confronto con Trump chiarisce i termini. Gli Stati Uniti emettono la valuta di riserva mondiale: i deficit sono politicamente molto più gestibili, il vincolo fiscale è di un altro ordine di grandezza. Trump può effettivamente muoversi — dazi, tagli fiscali, rimpatri — e lo fa, spesso oltre i limiti attesi dalla propria base. Là dove il vincolo strutturale non esiste, il «modello Meloni» non emerge: emerge Trump. La «Melonizzazione» che il NYT propone come percorso esportabile funziona soltanto nelle condizioni di un bilancio pubblico che rende impossibile fare altrimenti. Non è una garanzia democratica: è una gabbia fiscale.
Segnalazione di Luca Misculin. Il pezzo di Charlemagne descrive la triplice crisi dei servizi pubblici radiotelevisivi europei: i teenager che guardano TikTok mentre la RAI trasmette, i populisti che li vogliono privatizzare o li stanno già usando come megafoni (la televisione di Orbán ha chiesto scusa il 7 luglio per le passate bugie e ha sospeso i telegiornali), i giganti tech che li seppelliscono alla quindicesima pagina del menu televisivo tra un’app di yoga coreana e un canale shopping. I budget dell’EBU sono calati del dieci per cento nell’ultimo decennio mentre le obbligazioni — orchestre classiche, radio regionali — non sono diminuite. Le licenze che garantivano l’indipendenza editoriale vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, con tutto ciò che questo comporta per la distanza dal potere politico. L’EBU chiede all’Unione Europea regole di «prominenza» — obbligare produttori di televisori e piattaforme a rendere visibile il servizio pubblico — segnalando che il fronte della visibilità digitale non riguarda solo i produttori di contenuti ma anche chi controlla i menu, i telecomandi e gli algoritmi di raccomandazione. La clausola finale vale da sola il curated: in caso di guerra o crisi, il pubblico non si rivolgerebbe a qualche influencer su YouTube — si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Il pezzo dialoga direttamente con il Digital News Report già citato nel sito e aggiunge una dimensione mancante. I servizi pubblici non sono un retaggio del Novecento da liquidare, sono un’infrastruttura di resilienza democratica che fornisce forse un beneficio soltanto, ma fondamentale: un’agenda pubblica condivisa, mentre de tutti gli altri media mainstream guardiamo il mondo dallo spioncino, con effetti sociali che stiamo sperimentando sempre più intensamente - e non in vitro.
Mario Mariniello, senior fellow di Bruegel, firma il Policy Brief 12/2026 sull’AI Act e non lo attacca da posizioni deregolatorie: lo smonta dall’interno, elencando cinque difetti e proponendo un’architettura alternativa. Il primo difetto è la dicotomia alto/basso rischio, che classifica i sistemi per finalità dichiarata al momento del dispiegamento invece che per probabilità effettiva di danno: un sistema classificato a basso rischio diventa ad alto rischio nell’uso ordinario, senza che nessuno lo riconverta deliberatamente, e questo è un problema strutturale che nessun aggiornamento degli allegati risolve.
Il secondo difetto è quello che interessa qui, ed è quantificato. La stima di Haataja e Bryson (2021) colloca il costo di conformità fra 14.623 e 29.277 euro per sistema, «roughly 9 percent to 17 percent of total development costs». Sono costi fissi, e i costi fissi gravano in modo sproporzionato sulle imprese piccole: favoriscono le grandi e consolidano le posizioni acquisite. Mariniello non lascia l’affermazione allo stato di principio e indica il precedente misurato: gli effetti di concentrazione di mercato documentati dopo il GDPR. L’avvertimento che chiude il brief è di non aspettare la valutazione formale prevista per l’agosto 2031 per accorgersene.
Gli altri tre difetti completano il quadro e non sono di dettaglio. L’applicazione è frammentata e si regge sull’autovalutazione, con oltre duemila autorità nazionali di sorveglianza del mercato progettate per la sicurezza dei prodotti fisici e prive di competenza tecnica sull’AI — il che produce un’applicazione asimmetrica dentro il mercato unico. Il processo di normazione tecnica soffre di un deficit democratico: le organizzazioni europee di standardizzazione traducono in requisiti misurabili decisioni cariche di valore su cosa sia «equo», «sicuro» o «non distorto», in tavoli dominati dalle imprese maggiori e con partecipazione minima della società civile. E manca del tutto un regime di responsabilità: provare il nesso causale, individuare il soggetto responsabile e superare l’asimmetria informativa con gli strumenti ordinari della responsabilità civile è, nelle parole del brief, «daunting», e lascia la maggior parte delle vittime senza rimedio praticabile.
La proposta è un baratto fra ex ante ed ex post. Tre livelli di obblighi preventivi commisurati alla scala del dispiegamento: audit leggero per PMI e startup sotto i 50 milioni di fatturato o con sistemi che toccano meno di centomila persone; audit standard fra 50 e 150 milioni con autocertificazione; audit intenso sopra i 150 milioni o oltre il milione di persone coinvolte, con valutazione obbligatoria di terza parte e niente autocertificazione. In cambio, una responsabilità ex post seria — responsabilità oggettiva per i sistemi proibiti e ad alto rischio, presunzione relativa di difettosità per gli altri — e un’infrastruttura di rilevazione a livello europeo modellata sulla Sentinel Initiative della FDA, con campionamento del traffico API. Più accesso strutturato dei ricercatori sul modello dell’articolo 40 del DSA, segnalazione non punitiva degli incidenti sul modello dell’aviazione civile, e un registro europeo pubblico dei danni basato sulla tassonomia OCSE. L’effetto netto sui costi di conformità è proiettato come negativo.
Per l’archivio è la gamba empirica sotto la voce cattura regolatoria, con una cautela che va dichiarata: le cifre riguardano il regime dei sistemi ad alto rischio, non gli obblighi sui modelli di frontiera, e quindi stabiliscono il meccanismo — un costo fisso che scala male verso il basso — non la sua grandezza esatta per chi rilascia modelli a pesi aperti. Vale poi notare la convergenza con Klonick, che parte dal caso opposto, un incidente dentro un laboratorio, e arriva alle stesse tre misure: segnalazione obbligatoria, audit indipendente, responsabilità verso i terzi. Due percorsi che non si parlano e atterrano insieme sono un indizio migliore di una tesi sola.
Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.
Per la serie: visti dagli altri, e con ragione. L’Economist analizza la sproporzione tra il peso oggettivo dell’Italia in Europa e l’ambizione effettiva della sua politica estera ed economica. Uno specchio scomodo ma utile.
Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.
Nel quartiere romano di Giordano la comunità ucraina si riunisce ogni domenica nella chiesa dei santi Sergio e Bacco, e tutto intorno continua la vita della piazza: la guerra sta lì, chiusa nei silenzi, in gusci di noce che permettono di evitarla quanto si vuole. Nel quarto anniversario dell’invasione, che per gli ucraini è il dodicesimo, Giordano registra un cambiamento: più ancora della durata della guerra, è stato il primo anno di Trump, dall’imboscata a Zelensky nello Studio Ovale alla foto con Putin in Alaska, a chiudere l’Ucraina in sé stessa, anche emotivamente verso ovest. Riprende da Gumenyuk la frase sul mondo che non verrà a salvarli e il suo inciso, «nel bene o nel male». C’è l’atleta olimpico a cui il regolamento sulla neutralità vieta un casco con i volti degli sportivi uccisi, fra cui una judoka di nove anni. La lezione che Giordano dice di aver imparato è che talvolta l’aspirazione acritica alla pace favorisce la violenza peggiore, e che il tempo logora soprattutto chi deve continuare a ripetere la verità contro la propaganda. Il giudizio sul dibattito italiano, dove a suo dire si è «infoltita» la schiera di chi agevola la propaganda russa, è una percezione polemica più che una misura, e va letto accanto alla sua intervista di ottobre, dove lo stesso tema torna con qualche sfumatura in più.
Studio di Julien Nocetti per il Centro geopolitica delle tecnologie dell’Ifri. La distinzione iniziale in tre tipi — tecnica, cioè rotture di compatibilità fra protocolli; geopolitica, cioè controllo statale, blocchi ed esclusioni; commerciale, cioè concentrazione in piattaforme proprietarie — è la parte che serve di più, perché tiene separate cose che il termine «splinternet» confonde abitualmente.
Il confronto fra i quattro attori porta il resto. La Cina persegue una strategia su tre livelli: standard tecnici alternativi, controllo dell’hardware attraverso i cavi e Huawei, e applicazioni proprietarie in cui la frammentazione è stratificata — WeChat combina compatibilità selettiva fra dispositivi, registrazione restrittiva e funzioni geo-bloccate. La Russia punta alla scissione, e durante l’invasione ha reindirizzato il traffico ucraino verso server propri. L’India sta in una posizione ambigua fra terza via e dipendenza tecnologica: duecento app cinesi bloccate, Huawei escluso dal 5G, India Stack come infrastruttura sovrana, ma legami stretti con la Silicon Valley. L’Unione europea è l’unica che resiste alle forze centrifughe per via normativa invece che tecnica — la sovranità digitale come esportazione di regole, con DNS4EU e Global Gateway che vincolano gli investimenti infrastrutturali a standard di interoperabilità.
Fra i dati vale la pena tenere quello sulle radici: tredici identità DNS root, controllate da nove organizzazioni americane, due europee e una giapponese. È la misura di quanto la rete resti, nella sua architettura di base, un’infrastruttura a proprietà concentrata — che è la ragione per cui la frammentazione viene rivendicata come emancipazione anche da chi ne subirebbe i costi. La data qui è convenzionale: il documento indica febbraio 2024 senza giorno.