Geopolitica & potere

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Europa

5 articoli

Qui raccolgo i pezzi sulla coesione (o l’assenza di coesione) europea: dal paradosso di un paese grande che si comporta come piccolo, alla sconfitta di Orbán, all’appello perché l’Europa si tenga insieme davanti alla pressione esterna.

apr 2026 ago 2026

Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power ↗

Roger Cohen — capo ufficio del NYT a Parigi, ex corrispondente da Roma negli anni '80 — firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità governativa: il 4 settembre 2026 diventa il presidente del Consiglio più a lungo in carica nella storia della Repubblica italiana. Due mesi di reportage, poi un’intervista rara. Il risultato è un’operazione editoriale che vale la pena leggere in controluce. Il NYT cerca nell’hard right europeo una figura che abbia fatto campagna sull’identità e sulle frontiere ma che governi con disciplina tecnocratica — e che possa essere presentata come alternativa al modello Trump. Lo trova in Meloni. L’effetto collaterale è che il paesaggio politico italiano scompare quasi completamente dal quadro: la sinistra di Schlein, il centro frammentato, il populismo di Conte, la destra stessa di Meloni come sistema articolato — tutto si riduce a Meloni e al suo sfondo. I fatti del pezzo confermano cose già note: la svolta europeista (da «uscire dall’euro» nel 2014 al rispetto rigido del Patto di Stabilità per accedere ai 221 miliardi del PNRR), il sostegno all’Ucraina, le 450.000 viste da lavoro autorizzate in silenzio mentre la campagna sull’immigrazione proseguiva ad alta voce, la sconfitta netta nel referendum sulla riforma della magistratura. Ma la tesi implicita che tiene insieme il profilo è questa: campagna hard right più governo pragmatico uguale stabilità. Un modello presentato come virtuoso ed esportabile — il pezzo lo dice esplicitamente parlando di Le Pen in Francia e AfD in Germania. Il problema è che il modello non è una scelta: è un vincolo. L’Italia ha un debito pubblico intorno al 140% del PIL, spread sensibili alle deviazioni fiscali e obblighi stringenti legati al PNRR. La memoria di cosa costa sbagliare i conti è fresca: il superbonus di Conte ha aggiunto centinaia di miliardi al debito; la Quota 100 di Salvini è stata ridimensionata per ragioni di cassa; il deficit è sceso dal 7% al 3% non per virtù ma per necessità. In un sistema così compresso, lo spazio per una politica economica riconoscibilmente «di destra» — tagli fiscali significativi, spesa espansiva, sussidi selettivi — è quasi nullo. Il terreno su cui si può agire senza far esplodere i conti è quello valoriale-identitario: immigrazione, diritti civili, il linguaggio della «nazione» al posto di «Repubblica» che Cohen registra puntualmente, battaglie culturali a costo zero per il bilancio ma ad alto rendimento come marcatori di appartenenza. Migranti e diritti diventano così il principale strumento di differenziazione politica — non perché abbiano una portata reale comparabile ai temi economici, ma perché sono l’unico campo in cui si può agire senza conseguenze di bilancio. Questo spiega anche il voto di protesta verso gli estremi, che Cohen illustra attraverso Piombino — città siderurgica toscana: 8.000 operai nel dopoguerra, oggi 500, settant’anni di promesse della sinistra rimaste inevase. «Ci hanno traditi», dice un ex operaio dell’altoforno. «Ero sotto la sinistra da settant’anni, adesso darò la destra per settant’anni.» Il voto di protesta non va letto come analfabetismo politico ma come risposta razionale — per quanto frustrata — di elettorati che hanno visto la politica mainstream dimostrare di non avere margini reali di manovra. Il confronto con Trump chiarisce i termini. Gli Stati Uniti emettono la valuta di riserva mondiale: i deficit sono politicamente molto più gestibili, il vincolo fiscale è di un altro ordine di grandezza. Trump può effettivamente muoversi — dazi, tagli fiscali, rimpatri — e lo fa, spesso oltre i limiti attesi dalla propria base. Là dove il vincolo strutturale non esiste, il «modello Meloni» non emerge: emerge Trump. La «Melonizzazione» che il NYT propone come percorso esportabile funziona soltanto nelle condizioni di un bilancio pubblico che rende impossibile fare altrimenti. Non è una garanzia democratica: è una gabbia fiscale.

Europe’s public broadcasters go from prime time to hard-to-find ↗

Segnalazione di Luca Misculin. Il pezzo di Charlemagne descrive la triplice crisi dei servizi pubblici radiotelevisivi europei: i teenager che guardano TikTok mentre la RAI trasmette, i populisti che li vogliono privatizzare o li stanno già usando come megafoni (la televisione di Orbán ha chiesto scusa il 7 luglio per le passate bugie e ha sospeso i telegiornali), i giganti tech che li seppelliscono alla quindicesima pagina del menu televisivo tra un’app di yoga coreana e un canale shopping. I budget dell’EBU sono calati del dieci per cento nell’ultimo decennio mentre le obbligazioni — orchestre classiche, radio regionali — non sono diminuite. Le licenze che garantivano l’indipendenza editoriale vengono sostituite da finanziamenti statali diretti, con tutto ciò che questo comporta per la distanza dal potere politico. L’EBU chiede all’Unione Europea regole di «prominenza» — obbligare produttori di televisori e piattaforme a rendere visibile il servizio pubblico — segnalando che il fronte della visibilità digitale non riguarda solo i produttori di contenuti ma anche chi controlla i menu, i telecomandi e gli algoritmi di raccomandazione. La clausola finale vale da sola il curated: in caso di guerra o crisi, il pubblico non si rivolgerebbe a qualche influencer su YouTube — si precipiterebbe verso le testate istituzionali. Se si ricordasse come trovarle. Il pezzo dialoga direttamente con il Digital News Report già citato nel sito e aggiunge una dimensione mancante. I servizi pubblici non sono un retaggio del Novecento da liquidare, sono un’infrastruttura di resilienza democratica che fornisce forse un beneficio soltanto, ma fondamentale: un’agenda pubblica condivisa, mentre de tutti gli altri media mainstream guardiamo il mondo dallo spioncino, con effetti sociali che stiamo sperimentando sempre più intensamente - e non in vitro.

Europe Needs to Come Together. This Man Has Some Ideas. ↗

Ritratto di Luuk van Middelaar — storico dell’integrazione europea, ex speechwriter del primo presidente del Consiglio europeo, oggi direttore del Brussels Institute for Geopolitics (BIG). Jäger ne ricostruisce la traiettoria intellettuale: dalla critica giovanile a Kojève (accusato di aver assassinato la politica con la sua teleologia hegeliana) alla proposta attuale di una ‘politica degli eventi’ che sostituisca la tradizionale ‘politica delle regole’ europea. Van Middelaar è l’equivalente europeo di Elbridge Colby: un teorico del potere che vuole convincere le élite del continente che il momento machiavelliano è arrivato. Il limite che Jäger gli imputa è strutturale: una visione puramente reattiva — mole-whacking delle crisi, riarmo accelerato — non è una strategia geopolitica coerente. Per costruirne una, l’Europa avrebbe bisogno di una teoria del proprio futuro, non solo di una diagnosi del presente. Nota mia: la tensione tra ‘politica degli eventi’ e pensiero strategico di lungo periodo è esattamente il nodo che rende difficile ragionare sull’Europa come attore unitario — e che rende van Middelaar più interessante come sintomo che come soluzione.

Orbán ha perso, e non è l’unica buona notizia ↗

Fabio Sabatini analizza il significato politico della sconfitta di Orbán e ne estrae alcune lezioni sulla tenuta delle democrazie europee di fronte alla deriva autoritaria. Un punto di vista utile anche per chi voglia capire i meccanismi — non scontati — attraverso cui un regime illiberale può essere smontato dall’interno di un sistema istituzionale ancora formalmente democratico.