Ilaria Maria Dondi parte da una domanda che si è posta sul serio dopo aver scritto un pezzo di cui era soddisfatta aiutandosi anche con l’AI: «Sto barando?». La risposta arriva leggendo un post di Amberhawk su «The Ubuntu Journey»: i CEO pubblicano libri scritti da ghostwriter, i politici pronunciano discorsi di speechwriter, i direttori editoriali trasformano articoli fino a renderli irriconoscibili — eppure nessuno li accusa di impostura. I ricchi e i potenti hanno sempre avuto accesso a un supporto invisibile; l’indignazione morale scatta solo quando uno strumento apparentemente più economico e accessibile replica quel supporto per chi un editor non se lo è mai potuto permettere. La tesi è netta: il problema non è mai il supporto in sé, ma chi ha sempre avuto il diritto di usarlo in silenzio. I privilegi non si confessano: si usano. L’AI non è neutra — sfruttamento del lavoro, copyright, impatto ambientale sono problemi reali — ma la «denigrazione automatica» del lavoro svolto anche con l’AI, che giudica per la mera presenza dello strumento senza guardare la qualità del pensiero, è un pregiudizio che pesa di più su chi ha già meno margine di errore, donne e persone razzializzate in testa. La competenza, conclude Dondi, non nasce da un prompt: nasce dall’essere in grado di difendere ciò che si firma.

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