Decima Karl Brunner Distinguished Lecture della Banca nazionale svizzera, tenuta da Mario Draghi al Politecnico federale di Zurigo il 1° ottobre 2026. Le Grand Continent ne pubblica la traduzione integrale, prima versione francese: non è un resoconto né un commento, è il testo.

La tesi riguarda una leva che l’Europa non ha più. Per vent’anni la stabilità è dipesa dal differenziale fra tasso d’interesse e crescita: nell’area euro era di +2,8% fra il 2008 e il 2011, cioè il debito cresceva da solo, e di −1% fra il 2015 e il 2019, cioè si riassorbiva. Oggi quel differenziale non si governa più da Francoforte, perché i tassi si formano altrove — il disavanzo federale statunitense atteso intorno al 6% del PIL nel 2026, e oltre tremila miliardi di dollari di investimenti mondiali in centri di calcolo per l’intelligenza artificiale attesi entro il 2030, che attraggono capitale e tengono alto il costo del denaro per tutti. «Una banca centrale che si fa carico della crescita non è un assetto durevole, e oggi quell’assetto non regge più.»

Ne discende una conclusione che è aritmetica prima che politica: se il tasso è esogeno, l’unica variabile su cui l’Europa può ancora agire è la crescita. La crescita potenziale europea è appena sopra l’1% annuo e servirebbe mezzo punto in più perché il debito torni sostenibile senza compressione della spesa. Le tre mosse indicate sono poche e grandi: completare il mercato unico, realizzare l’unione dei mercati dei capitali, costruire capacità di calcolo europea — l’Unione oggi ne detiene meno del 5%, l’obiettivo dichiarato è il 15% entro il 2030, e il conto è di circa 1.300 miliardi di euro, dei quali un centinaio pubblici.

L’archivio tiene questo testo come riferimento, e non come opinione, per una ragione che conviene dichiarare: chi parla ha occupato per intero le posizioni da cui la materia si osserva — la Banca centrale europea, Palazzo Chigi, e nel settembre 2024 il rapporto sulla competitività europea commissionato dalla Commissione. Non rende le tesi vere; rende il testo quello su cui gli altri si appoggeranno, spesso senza citarlo.

Da qui in avanti è una lettura di chi scrive, e non una tesi della conferenza. Il caso italiano del decennio precedente mostra che cosa succede quando la forma dell’intervento è l’opposto di questa. Next Generation EU viene approvato dal Consiglio europeo nel luglio 2020; la prima versione del piano italiano è del gennaio 2021; il governo Draghi lo riscrive in parte e lo presenta alla Commissione il 30 aprile 2021, ottenendone valutazione positiva il 22 giugno. Sono 191,5 miliardi — 36,5% a fondo perduto e 63,5% a prestito, portati a 194,4 con la revisione del novembre 2023 — distribuiti su sei missioni e sedici componenti, per 186 interventi: 135 investimenti e 51 riforme. L’erogazione è legata a 419 condizioni, 214 target e 205 milestone.

Quel rapporto fra investimenti e riforme, quasi tre a uno, e quel numero di condizioni descrivono uno strumento in cui il completamento del programma è l’obiettivo, e la qualità di ciò che si completa una questione subordinata. È la forma che la legge di Goodhart assume in finanza pubblica: una misura adottata come bersaglio smette di essere una buona misura. L’esito osservabile è una moltitudine di progetti chiamati dal basso, invece di poche scelte strutturali decise dall’alto e tenute ferme — fisco, contrattazione del lavoro, scuola, sanità, digitalizzazione, viabilità. Una conferma indipendente della fragilità del disegno arrivò presto: Carlo Cottarelli e Raffaela Palomba, per l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, il 28 maggio 2021 rilevavano che il 75% dei target cadeva fra l’ultimo trimestre 2024 e la fine del 2026, e che per oltre due terzi degli investimenti mancavano target intermedi. Una struttura che misura tardi misura poco.

La condizionalità, va detto, non è stata scelta a Roma: discende dal regolamento europeo che istituisce il dispositivo, e chi ha amministrato il piano l’ha ereditata. Il che rende la conferenza di Zurigo più interessante, non meno. Chi ha amministrato quella metrica e chi oggi chiede all’Europa poche mosse grandi — un mercato, un’unione dei capitali, una capacità di calcolo — è la stessa persona. Non è una contraddizione: è quello che si impara amministrando una metrica.

WR