Davide Piacenza su Culture Wars, 2 ottobre 2026, sul caso del romanzo C’était ça ou mourir di Thélyson Orélien, accusato nel settembre 2026 di essere stato scritto in larga parte con un modello linguistico, segnalato dal software Pangram ed escluso dalla selezione del Prix Goncourt. Il pezzo rifiuta la polarizzazione fra entusiasti e apocalittici e tiene ferme tre cose: che allo stato attuale un modello non scrive da solo un romanzo da premio senza un apporto umano sostanziale, che la richiesta di etichette e dichiarazioni «sia legittima e vada sostenuta, specie in questa fase di transizione», e che sotto la questione dell’autenticità ce n’è una di potere, perché gli strumenti sono in mano a un numero molto ristretto di aziende private che estraggono valore dal lavoro altrui. Chiude con una domanda sulla possibilità di una «distopia di feudatari e vassalli digitali».

Quello che l’archivio tiene è la formulazione del patto. Piacenza cita George Saunders — «la scrittura è il modo più prezioso con cui una persona può comunicare la propria essenza a un’altra» — e ne ricava che «se quel patto non scritto di trasparenza reciproca viene meno, è comprensibile che una delle due parti non la viva bene». È uno spostamento utile, perché sposta l’offesa dal testo alla relazione: ciò che l’uso non dichiarato rompe non è la qualità di ciò che si legge, è la reciprocità dello scambio. E una relazione si può riparare con una dichiarazione, mentre un’essenza no.

Due precisazioni che la scheda aggiunge perché il pezzo non le contiene, e cambiano la vicenda.

Le 40.000 copie citate non hanno una fonte identificabile. I dati pubblicati, tutti NielsenIQ BookData via Livres Hebdo, sono circa 35.000 a cinque settimane dall’uscita, poi 46.700, e circa 65.000 al 1° ottobre. Vanno letti nella direzione opposta a quella che il numero suggerisce: nella settimana del 21-27 settembre, cioè durante la polemica, il romanzo ha venduto 18.254 copie contro le 12.506 della settimana precedente. Dopo l’accusa le vendite sono salite, e questo è un fatto che qualunque ragionamento sul danno reputazionale deve incorporare.

La seconda è più seria. L’articolo attribuisce l’esclusione dal Goncourt alle sole accuse sull’intelligenza artificiale, ma il comunicato dell’Académie del 25 settembre porta due motivazioni e nomina per prima i «plagiats dont son auteur s’est rendu coupable au fil du temps et qui viennent d’être révélés». Secondo le verifiche di Libération e di Radio-Canada si tratta di passaggi molto vicini alla prefazione del Matin des magiciens di Pauwels e Bergier (1960), di una cronaca del 2013 che sarebbe la traduzione appena rimaneggiata di un articolo di Andy Bautista sul Philippine Star, di estratti da Volkswagen Blues di Jacques Poulin e di versi del 2015 accostati a Dulce María Loynaz — in almeno cinque testi del 2012-2013, cioè anni prima che ChatGPT esistesse. Sono accuse contestate dall’autore, che nega ogni uso di modelli e rivendica un francese creolizzato; ma riguardano una materia che nessun rilevatore può decidere e che si verifica per confronto testuale, il metodo più vecchio che esista. Chi legge la vicenda come un caso di software contro scrittore sta guardando la metà meno solida del fascicolo.

WR