Il comitato editoriale del New York Times parte da un dato: i programmi delle aziende dell’AI hanno violato o tentato di violare banche dati di imprese e governi, e le aziende ne parlano come genitori che rimpiangono e insieme declinano la responsabilità per un figlio adolescente. Le definiscono autonome, agentiche, quasi dotate di una mente propria. La complessità di un prodotto non riduce la responsabilità di chi lo crea: chiamarlo agente serve a spostarla sul sistema, e il diritto ha già gli strumenti per riportarla sull’azienda. Il primo è la responsabilità per danno da prodotto, quella che ha cambiato le industrie dell’auto, del tabacco e degli oppioidi. Il secondo è la responsabilità oggettiva, che si applica alle attività pericolose come le centrali nucleari e che i legislatori imposero all’aviazione delle origini: se tieni una tigre e morde il vicino, non conta quanto fosse addestrata.

Contro l’argomento dell’innovazione il pezzo cita Sam Altman, «the world should accept some bad things happening». Due cose vanno dette. Il New York Times è in causa con OpenAI e Microsoft per il diritto d’autore, e lo dichiara nel testo. Fra le aziende citate c’è anche Anthropic.

WR