Il 1° agosto due droni russi, a sette minuti l’uno dall’altro, hanno colpito a Kharkiv il magazzino di Ranok, uno dei maggiori editori ucraini. Dentro c’erano circa otto milioni di libri, un quinto di tutto ciò che il paese aveva stampato l’anno prima, e più di 620.000 manuali scolastici. Nella stessa estate un attacco ha distrutto una tipografia vicino a Kiev e il più grande mercato del libro della capitale. Il totale è di 13 milioni di libri bruciati, e 1,3 milioni di manuali non sono arrivati in tempo per il 1° settembre. Il bersaglio non è un libro qualsiasi: è il manuale del nuovo curricolo, che dopo trent’anni toglie dalla scuola lingua, letteratura e storia russe per mettere al centro gli autori e la storia ucraini. Secondo la viceministra della cultura Bohdana Laiuk, 12.500 scuole sono rimaste senza i testi per insegnarlo.
Dietro i numeri c’è la fragilità di una filiera concentrata, con un solo deposito che custodisce un quinto della produzione nazionale, e di un sistema bibliotecario dove la metà dei volumi risale ancora all’Unione Sovietica. Che i colpi siano deliberati lo sostiene l’editore, che ricorda come all’inizio dell’invasione i soldati russi svuotassero le biblioteche dei libri ucraini; il giornale non lo verifica in modo indipendente. Anche il paragone con i roghi nazisti è suo.