Mirjana Spoljaric, la prima donna alla guida del Comitato internazionale della Croce Rossa, parla di rado. Lo fa ora perché i suoi richiami ai leader sulle regole della guerra, dice, cadono nel vuoto: il CICR conta 130 conflitti armati, il doppio di quindici anni fa. Racconta Gaza, gli ostaggi, i detenuti a cui Israele non concede più l’accesso, gli incontri con Hamas, Netanyahu e gli iraniani. Il passaggio che conta è il ritorno dai civili ai potenti: i civili le dicono di volere che la guerra finisca, i potenti le rispondono che non possono fare nulla. Per Spoljaric chi detiene il potere non può dichiararsi impotente: le sue parole arrivano a chiunque porti un’arma, e dire che non ci sono linee rosse equivale ad abolirle.

L’argomento ha un rovescio che lo rende più interessante. Spoljaric descrive i conflitti come sistemi che si saldano fra continenti, ma da quella descrizione ricava la necessità della volontà politica, non la sua impossibilità. È la risposta implicita al “there is no alternative” in bocca a chi governa, l’analisi strutturale usata come alibi. Non ne è immune nemmeno lei: sui due pesi con cui si misurano i bisogni umanitari in Europa e in Africa ammette che si continua «perché non possiamo impedirlo». E quando si tratta di nominare i responsabili si ferma: l’erosione, dice, dura da troppo tempo per accusare una persona sola.

WR