Agli scienziati americani colpiti dai tagli di Trump piace ricordare che la Cina ne approfitterà. L’Economist guarda dentro le università cinesi e trova un quadro meno lineare. Il denaro c’è per l’intelligenza artificiale e la robotica, le priorità del Partito, mentre negli ultimi anni il ministero ha revocato 12.200 corsi di laurea, soprattutto in materie come la gestione aziendale. La spesa pubblica per la scienza cresce del 3,5 per cento l’anno contro il 10 di fine anni Dieci; il 95 per cento delle 2.900 università dipende da governi locali impoveriti dalla crisi immobiliare, e anche a Shenzhen e Hangzhou i bilanci sono scesi di oltre il 5 per cento. Con la disoccupazione giovanile al 19 per cento, i dottorandi sono raddoppiati dal 2019, ma le domande al principale fondo per la ricerca sono cresciute dell’80 per cento a fronte di un 3 per cento di fondi in più, e il tasso di successo è sceso dal 22 al 12 per cento.
La conseguenza è un mondo accademico precario, con fabbriche di articoli scientifici che si pubblicizzano su Taobao e ricercatori che pagano aziende perché finanzino i loro progetti e li aiutino a raggiungere le quote richieste per la promozione. Quando il numero di pubblicazioni e di finanziamenti diventa il requisito per avanzare, smette di misurare la qualità della ricerca: è la legge di Goodhart applicata a un intero sistema accademico. Il settore privato fornisce ormai metà dei nuovi fondi per la ricerca universitaria, ma li dirige verso ciò che gli serve e verso gli atenei più noti.