Michael Walzer ha scritto nel 1977 Just and Unjust Wars, ancora oggi testo obbligatorio a West Point. Il libro si regge su una separazione: la giustizia dell’entrare in guerra, lo jus ad bellum, va giudicata a parte dalla giustizia del modo in cui la si combatte, lo jus in bello. Jordi Graupera lo ha intervistato per quasi tre anni, dal maggio 2023 a oggi. Dopo il 7 ottobre Walzer considera giusta la guerra di Israele, condanna l’assedio di Gaza fin dai primi giorni citando Maimonide (una città si assedia da tre lati, mai da quattro), e a Barcellona, nel gennaio 2024, definisce «rispettabile» un rapporto di due civili per ogni combattente ucciso, fra lo sconcerto del pubblico. Poi, a Gerusalemme, nell’autunno 2025, dice che la guerra è diventata ingiusta, e a Graupera confessa che una carneficina di quelle proporzioni può annullare la giustizia della causa: la distinzione che reggeva la sua teoria da mezzo secolo non tiene più.

Graupera non nasconde le critiche, dall’antropologo Khaled Furani, che chiama l’opera di Walzer una «ninna nanna» per la coscienza israeliana, al giurista Raef Zreik. Walzer stesso riconosce di essere stato lento a vedere che una parte di Gaza veniva resa inabitabile di proposito. Resta il ritratto di un pensatore che cambia idea di rado, e per questo in modo significativo.

WR