Henry Farrell e Cosma Shalizi respingono le due letture opposte dell’intelligenza artificiale, il «pappagallo stocastico» degli scettici e il «dio macchina» degli entusiasti, e ne propongono una terza combinando due libri di più di sessant’anni fa. Jacques Barzun, in The House of Intellect (1959), distingueva l’intelletto, il sapere fissato nella scrittura e ordinato in biblioteche, dall’intelligenza viva che lo produce. Albert Lord, in The Singer of Tales (1960), mostrava con Milman Parry che i bardi jugoslavi non ricordavano a memoria i loro poemi ma li ricomponevano a ogni esecuzione con formule e temi ricorrenti, come era avvenuto per l’Iliade e l’Odissea. Un modello linguistico, scrivono, comprime l’intera casa dell’intelletto in schemi statistici e la trasforma in una macchina che la ricompone al volo: un canto omerico tecnologico, che negli agenti non si limita a raccontare ma agisce sul mondo. La lettura spiega i successi, come i problemi matematici risolti combinando idee distanti, e anche i fallimenti: i modelli recitano ruoli presi dai testi su cui sono addestrati, e possono scivolare da un ruolo all’altro, compreso quello dell’intelligenza artificiale malvagia. Chiudono con un avvertimento: i miti che scriviamo oggi sugli agenti diventeranno il materiale da cui gli agenti di domani impareranno chi essere.
AI is a technological version of the Homeric songs
Strumento concettuale Un modello linguistico non è un pappagallo né un dio: è la cultura scritta compressa e resa capace di raccontarsi e di agire, come i canti omerici che i bardi ricomponevano a ogni esecuzione.
In dialogo con → Altre intelligenze
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