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21 articoli

Il mestiere messo sotto pressione da due lati opposti: l’AI che scrive prosa indistinguibile da quella umana, e la sovrapposizione crescente tra ruoli editoriali e comando militare.

giu 2014 nov 2026

Le persone non sono dischi rigidi

Jill Lepore contro Clayton Christensen, e quattordici schede che fanno a teorie di business, di economia e di storia le stesse domande di uno storico: che fine hanno fatto i casi, da quando vale l’assunzione, che cosa resta dell’idea quando diventa un’etichetta.

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Il collegamento ipertestuale ha una genealogia che parte da Locke, e forse sta per chiudersi con le risposte generate dai motori di ricerca. Dodici schede su che cosa succede all’informazione quando il lettore non ha più bisogno di cliccare.

Elon Musk’s Grokipedia is littered with mistakes. But Wikipedia could still learn some things from it. ↗

Bill Adair, fondatore di PolitiFact e professore di giornalismo alla Duke, trova su Grokipedia, l’enciclopedia scritta dal modello di Elon Musk, due voci su di sé. Una lo confonde con un giocatore di baseball morto nel 2002; l’altra, quella giusta, è lunga 5.600 parole contro le 700 di Wikipedia e spiega otto volte la scala di valutazione di PolitiFact. In questa conta 32 errori, nonostante l’etichetta «verificato da Grok». Li divide in tre tipi: sette invenzioni vere e proprie, cinque frutto di una ricerca pigra che si ferma alla notizia vecchia, e la maggioranza fatta di fraintendimenti, informazioni trovate davvero ma lette in fretta e attribuite male, perché il modello non sa distinguere ciò che conta da ciò che non conta. La prosa è un impasto di gergo aziendale. Adair vede però anche lezioni per Wikipedia: il modello trova negli angoli remoti della rete dettagli che i redattori umani non vedono, e la sezione sulle critiche a PolitiFact offre un equilibrio che la voce di Wikipedia non ha. La conclusione è che il giudizio umano resta il centro della curatela del sapere, e che l’intelligenza artificiale può aiutare i volontari a patto di non sostituirli.

The Kremlin is shutting down Russia’s last free newspaper ↗

Il 26 ottobre Dmitrij Muratov, editore di Novaja Gazeta e premio Nobel per la pace, e il direttore Sergej Sokolov hanno riunito la redazione in uno scantinato, telefoni lasciati fuori, e deciso di chiudere il giornale fondato nel 1993. Pochi giorni prima la testata era stata dichiarata «agente straniero» e sfrattata dalla sede che occupava da trent’anni, Sokolov era stato interrogato e qualcuno era entrato di notte negli uffici. Novaja Gazeta aveva raccontato la violenza dello Stato dalla Cecenia in poi, rivelato che nel Donbas combatteva l’esercito regolare russo e che la Wagner era di Prigožin; sei suoi giornalisti sono stati uccisi, fra cui Anna Politkovskaja vent’anni fa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, con la parola «guerra» vietata, aveva continuato a uscire raccontando le conseguenze del conflitto in Russia, e per chi era contrario alla guerra senza voler emigrare era diventata un luogo dove sentirsi in un mondo normale. «Non siamo morti, ci hanno uccisi, insieme alla costituzione», dice Muratov, che consegnerà gli archivi del giornale ai lettori, i suoi «complici».

Can You Trust the Midterm Polls? Three Times Journalists Talk It Out. ↗

Patrick Healy, responsabile degli standard del New York Times, chiede a Nate Cohn e William P. Davis, che curano il sondaggio Times/Siena, se ci si possa fidare dei sondaggi che a pochi giorni dal voto di metà mandato danno i Democratici in vantaggio, perfino in Texas. Cohn distingue due significati della parola fiducia: aspettarsi che vinca chi è in testa no, usare i sondaggi come la migliore informazione disponibile sull’elettorato sì. Davis ricorda che un sondaggio misura l’opinione in un momento dato e non prevede il voto. Il Times pubblica ogni rilevazione, anche quando sembra un errore: nel 2022 Cohn aveva ridimensionato un sondaggio in Kansas che dava la democratica Sharice Davids avanti di 14 punti, e lei vinse di 12. Negli anni in cui Trump era in corsa i sondaggi hanno sottostimato i repubblicani, perché gli elettori meno istruiti e meno assidui rispondono di meno; il Times li richiama più volte e ha cambiato il metodo di ponderazione. La frase che riassume il pezzo è di Cohn: un sondaggio non è un fatto come lo spostamento del presidente in Illinois, è la misura migliore disponibile, e non c’è garanzia che la migliore basti. Resta il rischio nuovo dei falsi istituti come Wedgewood, finiti anche nei tracker del giornale.

Meta delays rollout of terms that would allow broad scraping of news sites. Legal experts are still skeptical. ↗

A metà ottobre Meta ha aggiornato le condizioni per gli account aziendali su Facebook, Instagram, WhatsApp e Threads: chi ha un account, cioè quasi ogni testata, avrebbe concesso la raccolta automatica dei contenuti dei siti «associati», senza possibilità di sottrarsi. Dopo le proteste degli editori Meta ha tolto la parola «addestrare», ha limitato l’uso a «prodotti pubblicitari e commerciali» e ha rinviato l’entrata in vigore al 20 novembre. L’azienda assicura che gli editori potranno continuare a bloccare i suoi crawler con il file robots.txt, ma nessuna versione delle condizioni lo scrive: la tutela degli editori resta affidata a una dichiarazione alla stampa. Gli esperti restano scettici: per il giurista Thomas Höppner è una violazione evidente del diritto europeo della concorrenza, e il rinvio potrebbe servire solo a rendere meno urgenti le richieste di misure cautelari. La Commissione europea richiama l’articolo 102 del Trattato e il Digital Markets Act, l’autorità britannica della concorrenza ha scritto a Meta, e le associazioni degli editori chiedono che le condizioni vengano ritirate prima di entrare in vigore.

‘Fake’ pollsters hit US midterms ↗

Wedgewood Polls, presentatasi come istituto di sondaggi americano, ha ammesso che la maggior parte dei suoi dati era inventata e ha detto di aver voluto verificare quanto facilmente un istituto del tutto falso potesse essere preso sul serio. L’ha scoperta l’aggregatore FiftyPlusOne. Il New York Times aveva incluso quindici suoi sondaggi nel proprio tracker fra giugno e ottobre, e li ha tolti con una nota della redazione; in agosto un’altra società, Median Strategies, aveva ammesso di aver fabbricato risultati come «esperimento sociale». Il danno non è teorico: Mallory McMorrow, candidata democratica al Senato in Michigan, dice che un sondaggio di Wedgewood che la dava a una cifra le fece perdere donazioni e volontari. Secondo FiftyPlusOne fare sondaggi di bassa qualità, o falsificarli del tutto, sta diventando sempre più facile, e gli strumenti di intelligenza artificiale rendono più difficile riconoscere istituti e dati inventati. La presidente dell’AAPOR, Mary Losch, chiede di non confondere la frode con i sondaggi legittimi.

When hackers become sources: Inside the new craft of reporting on hacked data ↗

Philip Di Salvo, ricercatore all’Università di San Gallo, ha intervistato dieci giornalisti, fra Stati Uniti ed Europa, che lavorano su dati sottratti: le violazioni di Anonymous negli anni Dieci, i documenti delle istituzioni russe usati per raccontare l’invasione dell’Ucraina, gli archivi delle aziende di spyware, i dati pubblicati da gruppi ransomware o da intermediari come DDoSecrets. Le regole non esistono ancora: ogni redazione costruisce il metodo caso per caso. Trattare dati hackerati è un mestiere nuovo, in cui la verifica non basta: bisogna dichiarare che cosa non si sa della fonte, perché dietro un hacktivista può esserci uno Stato che usa la fuga di notizie come arma. Un giornalista lo dice così: «non sappiamo chi sia la fonte, potrebbe essere il GRU». Le pratiche convergono su alcuni punti. Si verifica con gli strumenti classici, controllando che gli indirizzi esistano, incrociando con fatti noti, cercando manomissioni. Ogni dataset va trattato con il massimo sospetto, e sull’opportunità di pubblicare si decide in base a ciò che si rivela, non in astratto. Sulla protezione degli hacker le posizioni divergono: c’è chi li protegge come ogni altra fonte e chi preferisce sapere il meno possibile. Lo studio è piccolo e qualitativo, ma propone alle redazioni ciò che manca: standard comuni di verifica e un linguaggio condiviso per le scelte etiche.

A Florida local newspaper ran an oped. It was an Iranian AI fake. ↗

Secondo un rapporto di OpenAI, utenti in Iran hanno usato ChatGPT per scrivere un centinaio di articoli, usciti su almeno venti testate americane sotto sette firme inventate, con foto profilo generate dall’AI. Erano commenti critici sugli effetti della guerra in Iran per gli americani, adattati ai criteri di ogni testata e accompagnati da un’email di proposta scritta anch’essa dal modello. OpenAI parla di una campagna d’influenza su commissione e non sa dire chi l’abbia ordinata. Il caso più istruttivo è il più piccolo: un settimanale della Florida rurale, che ha pubblicato il pezzo perché gli arrivava da un think tank che gli mandava articoli da anni. Il falso non è passato per la bravura della macchina ma per la fiducia: ogni anello si è fidato del precedente, e nessuno ha verificato chi fosse l’autore. Il danno non finisce con la rimozione. Il fondatore di Daily Kos osserva che, in una comunità dove già ci si accusa di essere bot per un disaccordo, una campagna così getta benzina sul sospetto reciproco. L’attribuzione viene da OpenAI, che è parte interessata, e il Washington Post dichiara di avere con OpenAI una partnership di contenuti.

Quartz website mainly produced by one AI-assisted reporter writing 50+ stories per day ↗

Nel 2012 Quartz nasce da Atlantic Media come testata di business per l’élite globale, gratuita, finanziata da sponsor e distribuita via newsletter. Al culmine ha più di 200 persone, 115 paesi e 19 lingue, ma ricavi da nicchia: 30 milioni di dollari nel 2016, il primo utile nel 2017. Seguono la vendita a Uzabase, un paywall da 100 dollari l’anno arrivato tardi e poi tolto, i licenziamenti del 2020, il riacquisto da parte del direttore, la cessione a G/O Media per meno di 10 milioni e, nell’aprile 2025, alla canadese Redbrick, che vuole usarla per la sua piattaforma di monetizzazione delle newsletter. Press Gazette racconta l’ultimo stadio. Quasi tutto il sito porta la firma di Cris Tolomia, presentato come esperto di marketing digitale: almeno 52 articoli in un solo giorno, circa 20.000 parole quotidiane, 9.200 pezzi da marzo, molti dei quali il rilevatore della testata attribuisce interamente all’AI. Il traffico di settembre è un decimo di quello del 2020. Quartz non ha cambiato modello, ne ha tolto il costo: la newsletter sponsorizzata resta, la redazione è sostituita da una firma che produce cinquanta pezzi al giorno con l’AI. Quattro proprietari in otto anni dicono che nessuno ha trovato il modello: si procede per tentativi.

Can the News Exist Without Big Tech? The Atlas Says Yes ↗

Natalia Antelava, che dirige Coda Story, e Simon Allison, che dirige The Continent, il quotidiano panafricano distribuito in PDF, raccontano a Emily Bell e Heather Chaplin The Atlas, il mensile digitale che hanno lanciato quest’anno. È un PDF, «the least sexy technological application imaginable», mandato ai lettori via Signal per aggirare la censura «of both the authoritarian and algorithmic varieties». Lo chiamano il nuovo samizdat, come la stampa clandestina sovietica. La tesi è di Allison: ogni scommessa che dipende dalla piattaforma di una grande azienda tecnologica è destinata a fallire, e un giornale che vuole durare deve possedere il proprio canale. È una conversazione con i fondatori, registrata dal vivo a Tbilisi, senza voci critiche e senza numeri su lettori, abbonati o ricavi. Il modello va quindi preso come un’ipotesi: dice da che cosa ci si vuole liberare, non ancora come ci si sostiene.

New York Times training editor: Take these four steps before you roll out new things ↗

Eric Athas, deputy editor del team che al New York Times accompagna le redazioni nell’adozione di strumenti e programmi nuovi, propone quattro passi prima di qualunque rollout: accettare che una novità porti con sé elementi ignoti, dimensionare la proposta in una forma scritta a sei campi, pilotare su perimetro ristretto, poi misurare — con un’analogia esplicita alla medicina basata sulle evidenze (Adam Cifu). Il pilota, in fondo, è il modo in cui un’organizzazione prova a uscire dal dilemma di Collingridge senza aspettare di averlo risolto: comprare informazione finché il controllo costa ancora poco. Letto da solo, però, è buon mestiere e poco altro. Diventa interessante messo accanto a Werner Vogels, già in archivio. Il CTO di Amazon difende la «two-pizza culture»: team abbastanza piccoli da essere sfamati con due pizze, che possiedono il problema end-to-end e prendono decisioni reversibili senza chiedere permesso — e che proprio per questo, ora che un coding agent costruisce un prototipo in una sera, scrivono il documento dopo aver costruito, non prima. Athas fa l’opposto: il documento precede il pilota, e il pilota precede tutto. La contraddizione è solo apparente, e scioglierla dice qualcosa sulle organizzazioni editoriali, perché i due metodi non proteggono dallo stesso rischio. Il documento di Amazon protegge dall’errore di previsione, e quando il prototipo diventa gratuito quel documento perde effettivamente valore. La proposta scritta di Athas protegge da un rischio che non è collassato affatto — il costo reputazionale di una redazione che sperimenta in pubblico, e l’attrito interno di chiedere a professionisti formati su un mestiere di cambiarlo. Da qui la regola pratica che mi porto via: dove il rischio è tecnico, prototipa e poi scrivi; dove il rischio è organizzativo o reputazionale, il documento serve ancora, ma bisogna saperlo — altrimenti si scambia per rigore quello che è soltanto una richiesta di permesso.

From weeks of work to days: How I rebuilt two data journalism projects with AI ↗

Jacopo Ottaviani, data journalist italiano e fellow del Reuters Institute, racconta come ha ricostruito in due giorni Patrie Galere — la mappa delle morti nelle carceri italiane che nel 2012 gli aveva richiesto tre settimane — e come ha costruito Strade Mortali, un portale sulla sicurezza stradale a Roma, usando Claude Fable 5 (poi sospeso dal governo americano per ragioni di sicurezza nazionale, notazione non priva di ironia). Il metodo è il vibe coding strutturato: non un prompt unico, ma una decomposizione in venti compiti discreti e testabili — divide et impera applicato all’AI. Il punto più rilevante per noi non è il risparmio di tempo ma dove si è spostato il collo di bottiglia: il layer meccanico del data journalism si commoditizza; ciò che non si commoditizza è il giudizio su quale domanda valga la pena fare e la capacità di riconoscere quando l’output è plausibile ma sbagliato. «The ability to see through the surface to the underlying structure is not something the model supplies; it is what you bring.» È la tesi di Floridi sul capitale semantico applicata a un caso concreto — e c’è una nota sulla ‘SaaSapocalypse’ (LLM + librerie open source rendono obsoleti i tool proprietari di dataviz) che vale tenere in conto.

Alex Turner appointed as Defence Editor of The Economist ↗

The Economist ha nominato il generale di divisione Alex Turner come prossimo defence editor, al posto di Shashank Joshi (che si trasferisce come bureau chief a Washington). Il dettaglio che conta non è il pedigree militare di Turner — 25 anni di servizio, dalle Irish Guards a ruoli di vertice al Ministero della Difesa — ma la sovrapposizione temporale: Turner è ancora in servizio attivo e assumerà l’incarico solo a settembre 2026. Tra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77 Brigade, l’unità dell’esercito britannico per le “attività informative” — un eufemismo che, secondo una richiesta FOI del 2024, ha incluso anche il monitoraggio del dibattito online dei cittadini britannici durante la pandemia. Non è un caso isolato: secondo un report di Action on Armed Violence, quasi il 60% degli ex militari britannici presentati nei media come “esperti indipendenti” ha legami commerciali non dichiarati con l’industria della difesa. I piani — informazione e difesa — si sovrappongono sempre di più, e i contenuti che ne escono sembrano sempre meno innocui.

Com'è cambiata l’informazione in Italia negli ultimi 6 anni ↗

Andrea Nelson Mauro prende tutti i Digital News Report del Reuters Institute (2021–2026) e li lavora longitudinalmente sulla sola sezione italiana — con dati e codice pubblici su GitHub. È tra le analisi più complete disponibili sull’informazione in Italia negli ultimi sei anni. La cifra chiave è la fiducia: scesa dal 40% al 32%, sotto la media globale del 37%. Ma il cambiamento qualitativo che il rapporto 2026 registra è quello più preoccupante: non si sfiducia più questo o quel brand percepito come schierato, si sfiducia il sistema nel suo complesso. La sfiducia sistemica è strutturalmente più difficile da invertire. Intorno a questa cifra: la stampa cartacea quasi dimezzata in cinque anni (18% → 11% di reach settimanale), le piattaforme che assorbono l’85% dei ricavi pubblicitari digitali, il 36% degli italiani che evita le notizie spesso o a volte — non per indifferenza ma come risposta all’ansia e alla sfiducia. E tre sorprese: Twitter/X scomparso dalla top 6 dei social per le notizie; Instagram più che raddoppiata (15% → 31%); un rimbalzo dell’uso dei social nel 2026 (+6pp) che inverte cinque anni di declino, probabilmente legato al referendum costituzionale di marzo. Sul fronte proprietà: GEDI, due cambi di mano in cinque anni, ora in mani greche (Antenna) — la storia di un editore che risponde alla crisi strutturale con dismissioni, pivot social e concentrazione sulle testate di punta. Il pezzo entra nel sito come cartografia empirica del sistema mediatico italiano: dati rari, metodologia trasparente, fonte verificabile.

Ho fatto un esperimento: l’AI sa raccontare femminicidi e violenza di genere meglio dei giornalisti ↗

Ilaria Maria Dondi ha somministrato a Claude quattro articoli italiani su femminicidi e violenza di genere, istruendo il modello con il Codice deontologico, il Manifesto di Venezia e le linee guida del progetto STEP. Risultato: il modello ha identificato con precisione i frame deresponsabilizzanti — raptus, gelosia, movente misterioso, vittimizzazione secondaria, spettacolarizzazione — che il giornalismo italiano conosce da anni e continua a replicare. La domanda non è come faccia l’AI a vederli: è come facciano i professionisti a non farlo. La risposta di Dondi è strutturale: le redazioni che dovrebbero raccontare la violenza di genere sono spesso attraversate dalla stessa cultura di potere che dovrebbero saper nominare. Nota mia: qui il modello linguistico è meno ‘attante zero’ del solito — usato non come strumento neutro ma come specchio deontologico, efficace proprio perché privo di interessi redazionali da proteggere.

I Helped Fact-Check the 1619 Project. The Times Ignored Me. ↗

Nell’estate del 2019, prima che il New York Times Magazine pubblicasse il 1619 Project, una research editor del giornale scrive a Leslie M. Harris, storica della schiavitù e della vita afroamericana alla Northwestern University, per far verificare alcune affermazioni. Una in particolare, che Harris cita per intero: «Una ragione critica per cui i coloni dichiararono l’indipendenza dalla Gran Bretagna fu che volevano proteggere l’istituzione della schiavitù nelle colonie, che aveva prodotto ricchezza enorme. All’epoca crescevano le richieste di abolire la schiavitù in tutto l’Impero britannico, il che avrebbe danneggiato gravemente le economie delle colonie a Nord come a Sud.» La risposta di Harris è di quattro parole: «La contestai con vigore.» Seguono altre domande della redazione sulla natura della schiavitù nell’epoca coloniale — se le persone schiavizzate potessero leggere, sposarsi, riunirsi in gruppi di più di quattro, possedere o ereditare beni — a cui risponde con esempi specifici, spiegando che le risposte variano molto secondo l’epoca e la colonia; poi il silenzio, e «non ho più saputo nulla da lei su come l’informazione sarebbe stata usata». Il 19 agosto 2019, a Georgia Public Radio, Harris ascolta «in silenzio attonito» Nikole Hannah-Jones ripetere in diretta la tesi che aveva smontato. Il Times l’aveva pubblicata lo stesso. La contro-evidenza che Harris porta è storica e verificabile, non un’opinione contraria. Il caso Somerset del 1772 abolì la schiavitù in Inghilterra e Galles ma non ebbe alcun effetto sulle colonie caraibiche britanniche, dove viveva e moriva la grande maggioranza delle persone schiavizzate dall’Impero, né sulle colonie nordamericane: la schiavitù nelle Tredici Colonie non era sotto minaccia immediata da Londra, e non c’era dunque nulla da cui separarsi per proteggerla. Alla Gran Bretagna servirono altri sessant’anni per abolirla ai Caraibi, e quando accadde fu anche perché una serie di rivolte, all’inizio dell’Ottocento, aveva reso costoso difenderla. Anzi: la guerra d’indipendenza fu semmai un disturbatore della schiavitù nel Nord America. Il proclama di Lord Dunmore, strategia militare britannica per destabilizzare le colonie del Sud, spinse centinaia di persone schiavizzate a fuggire verso le linee inglesi; e la maggior parte delle tredici colonie finì per armare e arruolare neri liberi e schiavizzati, promettendo la libertà a chi servisse nei propri eserciti. Nessuna delle due parti mantenne del tutto la promessa, ma migliaia di persone furono liberate per effetto di quelle politiche. La seconda metà dell’articolo è quella che lo rende diverso da una rettifica. Harris rifiuta che la correzione venga incassata dai critici, e il sottotitolo lo dichiara: la serie ha commesso errori evitabili, «ma gli attacchi dei suoi critici sono molto più pericolosi». Registra che la contestazione ha incoraggiato la destra americana a dichiarare illegittima la storia revisionista tout court, che The Federalist annunciava un «1620 Project» — e le fa notare di stare già invitando la propria richiesta di rettifica, visto che Plymouth Rock non è il luogo del primo sbarco dei Padri Pellegrini — e che il progetto è finito citato sul pavimento del Senato durante il processo di impeachment, nell’arringa dell’avvocato di Trump. La sintesi sta in una riga: «Gli Stati Uniti non furono fondati per proteggere la schiavitù — ma il Times ha ragione sul fatto che la schiavitù fu centrale nella loro storia.» Poi applica lo stesso metro ai cinque storici accademici che nel dicembre 2019 avevano chiesto rettifiche al giornale, che alla data dell’articolo le aveva rifiutate. Dice che sono fuorvianti quanto il Times quando affermano che Lincoln e Douglass concordavano nel vedere la Costituzione come un «glorioso documento di libertà», senza dire quanti pochi americani condividessero allora quella lettura. E scende sulle opere: The Creation of the American Republic di Gordon Wood, 1969, ha una sola voce d’indice per «Negroes» e nessuna per la schiavitù; Chants Democratic di Sean Wilentz, 1984, ignora in larga parte razza e lavoratori neri pur trattando la New York che aveva la più grande popolazione schiavizzata del Nord coloniale, e Harris cita il proprio libro del 2003 dove scrisse che Wilentz aveva costruito «un’egemonia bianca più potente di quella che esisteva davvero». Non è polemica: è controllo bibliografico, la stessa operazione fatta all’altra parte. E si chiude indicando dove la storiografia il lavoro l’ha fatto — Gary Nash, Ira Berlin, Alfred Young sulla scia di Carter G. Woodson, Benjamin Quarles e John Hope Franklin, con American Slavery, American Freedom di Edmund Morgan come spartiacque. Vale come modello di metodo, e il modello ha una riga finale: «È facile correggere i fatti; è molto più difficile correggere una visione del mondo» che ignora e distorce il ruolo dei neri americani nella storia. Errore di fatto ed errore di cornice sono cose diverse, richiedono rimedi diversi, e sistemare l’uno non assolve dall’altro in nessuna delle due direzioni. Il sito la usa al di fuori del suo dominio, perché è la posizione che tiene insieme le tre voci che ospita su questa materia: sulla centralità della schiavitù nella storia americana Jill Lepore, Hannah-Jones e Harris concordano; sulla causalità Lepore e Harris stanno insieme contro l’affermazione contestata; e sul metodo la conseguenza è che una storiografia che tratta le verità fondanti come affermazioni sul mondo, processabili con le prove — l’impianto di These Truths — non può permettersi fatti larghi, perché il fatto largo è l’arma che si consegna a chi difende la cornice vecchia. Harris lo aveva previsto scrivendo alla redazione, e nello stesso articolo lo registra come consuntivo.

The Disruption Machine ↗

Nel 1997, in The Innovator’s Dilemma, Clayton Christensen spiegò perché le aziende consolidate falliscono: non per incapacità, ma perché inseguono i clienti migliori e lasciano spazio a nuovi entranti che partono dal basso, con prodotti peggiori e più economici, e finiscono per scalzarle. Nelle business school la teoria è diventata un punto fermo, citata più come un dato che come un’ipotesi. Diciassette anni dopo Jill Lepore, storica a Harvard, ne rilegge i casi con gli strumenti del suo mestiere, a cominciare dai dischi rigidi della tesi di dottorato di Christensen. Seagate, che il libro tratta da incumbent sconfitto, nel 1997 era il primo produttore del settore; molti degli entranti celebrati come vincitori non esistono più; il successo è misurato con una soglia arbitraria, e i casi sono scelti a mano. La forza del pezzo non è dare ragione a Lepore, ma mostrare che anche la teoria più citata del management si può discutere, e che le fonti di uno storico sono lo strumento giusto per farlo. Il bersaglio immediato è l’Innovation Report del New York Times del 2014, costruito sui grafici di Christensen, e con lui l’idea che scuole, ospedali, musei e giornali debbano ragionare come industrie assediate dalle startup: «People aren’t disk drives». Lepore ne fa anche una questione di metodo, e tocca un punto noto. Nella ricerca in business administration il rigore è raro, e molte idee nascono per produrre rendite di consulenza e di reputazione più che verità controllabili. Il pezzo provocò reazioni durissime, da Christensen stesso a Marc Andreessen, che lo attaccò su Twitter con messaggi oggi non più reperibili. Alcune letture di Lepore sono state contestate a loro volta, e il confronto resta aperto.