Il 26 ottobre Dmitrij Muratov, editore di Novaja Gazeta e premio Nobel per la pace, e il direttore Sergej Sokolov hanno riunito la redazione in uno scantinato, telefoni lasciati fuori, e deciso di chiudere il giornale fondato nel 1993. Pochi giorni prima la testata era stata dichiarata «agente straniero» e sfrattata dalla sede che occupava da trent’anni, Sokolov era stato interrogato e qualcuno era entrato di notte negli uffici. Novaja Gazeta aveva raccontato la violenza dello Stato dalla Cecenia in poi, rivelato che nel Donbas combatteva l’esercito regolare russo e che la Wagner era di Prigožin; sei suoi giornalisti sono stati uccisi, fra cui Anna Politkovskaja vent’anni fa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, con la parola «guerra» vietata, aveva continuato a uscire raccontando le conseguenze del conflitto in Russia, e per chi era contrario alla guerra senza voler emigrare era diventata un luogo dove sentirsi in un mondo normale. «Non siamo morti, ci hanno uccisi, insieme alla costituzione», dice Muratov, che consegnerà gli archivi del giornale ai lettori, i suoi «complici».
Dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, sedici morti, gli studenti serbi protestano da quasi due anni: blocchi delle università, strade chiuse, marce di centinaia di chilometri. Ora si presentano alle elezioni anticipate contro Aleksandar Vučić, al potere da quattordici anni. La loro lista di 250 candidati, professori, medici, operai, attori, è stata scelta dalle facoltà e dalle assemblee studentesche dopo colloqui e verifiche, con la partecipazione di migliaia di persone. Il loro slogan è «La Serbia o la mafia». Il movimento ha messo in crisi un regime abituato a neutralizzare gli oppositori proprio perché non ha un capo da colpire: un’identità collettiva senza figura di riferimento, rimasta unita nonostante le differenze ideologiche.
Filip Balunović, ricercatore all’Università di Belgrado e studioso dei movimenti sociali, ricorda il prezzo pagato: studenti investiti, spiati, arrestati, picchiati dalla polizia e da gruppi legati alla criminalità, alcuni costretti all’esilio. Ricorda anche l’equilibrismo di Vučić, che condanna l’invasione russa dell’Ucraina ma non applica le sanzioni, accoglie Zelensky e vanta l’appoggio di Putin. È un’opinione di parte, scritta da un osservatore vicino al movimento alla vigilia del voto, e il risultato non è ancora noto.
Carl Minzner parte dai numeri. La popolazione cinese ha toccato il massimo nel 2021, 1,4 miliardi, e ora cala di tre o quattro milioni l’anno; negli anni Quaranta potrebbe perderne dieci milioni l’anno. La quota di over 65 salirà dal 15 al 30 per cento circa, contro il 23 per cento previsto per gli Stati Uniti nel 2060. Fra il 2013 e il 2024 i matrimoni sono calati del 55 per cento.
La tesi però non è demografica. Il declino diventa pericoloso quando incontra un sistema politico che ha perso la capacità di correggersi. Minzner documenta il passaggio dalla tecnocrazia flessibile di Deng e Zhu Rongji al potere personale di Xi. L’età pensionabile sale con lentezza estrema, fino al 2040. Le pensioni urbane valgono diciotto volte quelle rurali, e non si toccano per non scontentare chi è vicino al partito. La risposta alla bassa natalità è ideologica: le donne come «brave mogli e buone madri», la diffidenza verso gli stranieri proprio quando servirebbero lavoratori immigrati.
L’analogia con i Ming non è un ornamento. A fine Cinquecento le riforme fiscali di Zhang Juzheng vennero smontate dalla nobiltà terriera dopo la sua morte, e il peso ricadde sui contadini; l’imperatore Wanli lasciò la burocrazia senza guida per vent’anni. Il rischio che Minzner vede non è soprattutto una guerra per Taiwan, ma una crisi interna lenta, gestita con sorveglianza e «grid management», fino a una successione senza paracadute.
La chiusa riguarda chi legge da Washington. La fertilità americana è sotto il livello di sostituzione dal 2008, l’immigrazione si riduce, il Congresso è fra i più anziani della storia e la zonizzazione protegge i proprietari anziani a spese dei giovani. Minzner lo dice così: «demographic crisis is not destiny», è l’accumulo di scelte. Gli Stati Uniti possono ancora scegliere diversamente; la Cina di Xi, secondo lui, non più.
A marzo Pechino ha lanciato DeepZang, presentato come la prima app di intelligenza artificiale in lingua tibetana. Secondo China Daily lavora in tibetano, cinese e inglese, traduce e trascrive, ed è addestrato su decine di milioni di voci e decine di migliaia di ore di parlato nei tre grandi dialetti. Alla parola «Tibet» risponde che il Tibet è parte della Cina fin dall’antichità e che il nome giusto è Xizang; sul Dalai Lama riporta la posizione del Partito; su indipendenza e proteste limita le risposte a ciò che è «legale e conforme». Il salto rispetto alla censura classica è che il sistema non blocca i contenuti, li produce: genera attivamente la versione ufficiale nella lingua di chi dovrebbe metterla in dubbio.
Le valutazioni vengono da attivisti e da fonti anonime citate da Tibetan Review e da Save Tibet, non da verifiche indipendenti sul funzionamento del modello.
Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari contemporanei usano strumenti formalmente democratici — elezioni, media, giustizia — per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione. Una lettura che si incastra bene con la riflessione sull’architettura del caos e sulle forme di assedio non convenzionale alle democrazie liberali.
Rapporto di Maria Domańska e Katarzyna Chawryło per il Centro per gli studi orientali di Varsavia, che data al biennio 2024-2025 il salto qualitativo dalla censura selettiva all’autarchia informativa. L’impianto poggia sulla legge del 2019 sull’internet sovrano, che impone agli operatori l’installazione di apparati di filtraggio a livello di pacchetto, e si è completato con due misure recenti: dal settembre 2025 il divieto di pubblicizzare le VPN e la sanzione per chi accede ai contenuti vietati, non più solo per chi li diffonde; e dall’autunno 2025 il passaggio alle whitelist, cioè al blocco di tutto tranne ciò che è esplicitamente permesso, attivo in almeno trenta regioni.
Le cifre che il rapporto mette in fila sono la ragione per cui la scheda entra in archivio. Richieste di rimozione a Google per 784.000 contenuti nel 2024, con la Russia a quasi il 60% del totale mondiale nella prima metà del 2025; 197 servizi VPN bloccati; il traffico di YouTube ridotto dell’80% per strozzatura invece che per divieto; l’applicazione di Stato Max preinstallata per legge, 55 milioni di iscritti dichiarati e il 4% che ne segue davvero i contenuti. Il contrappeso è nei costi: VK, che gestisce le piattaforme domestiche, ha perso quasi 95 miliardi di rubli nel 2024, quasi il triplo dell’anno prima.
Le autrici non prevedono un blackout informativo ma un restringimento: più autocensura, più apatia, una riduzione significativa della portata dei media indipendenti, che già raggiungevano regolarmente fra il 6 e il 9% della popolazione adulta. L’obiettivo dichiarato è il controllo pieno nei primi mesi del 2026, in vista delle elezioni per la Duma di settembre.