Bill Adair, fondatore di PolitiFact e professore di giornalismo alla Duke, trova su Grokipedia, l’enciclopedia scritta dal modello di Elon Musk, due voci su di sé. Una lo confonde con un giocatore di baseball morto nel 2002; l’altra, quella giusta, è lunga 5.600 parole contro le 700 di Wikipedia e spiega otto volte la scala di valutazione di PolitiFact. In questa conta 32 errori, nonostante l’etichetta «verificato da Grok». Li divide in tre tipi: sette invenzioni vere e proprie, cinque frutto di una ricerca pigra che si ferma alla notizia vecchia, e la maggioranza fatta di fraintendimenti, informazioni trovate davvero ma lette in fretta e attribuite male, perché il modello non sa distinguere ciò che conta da ciò che non conta. La prosa è un impasto di gergo aziendale. Adair vede però anche lezioni per Wikipedia: il modello trova negli angoli remoti della rete dettagli che i redattori umani non vedono, e la sezione sulle critiche a PolitiFact offre un equilibrio che la voce di Wikipedia non ha. La conclusione è che il giudizio umano resta il centro della curatela del sapere, e che l’intelligenza artificiale può aiutare i volontari a patto di non sostituirli.

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