Durand e Valenti ricostruiscono il boom degli investimenti in intelligenza artificiale negli Stati Uniti e le sue fragilità. Ci sono i rapporti circolari fra produttori di chip, sviluppatori di modelli e operatori di data center, e un debito che secondo KKR ha raggiunto i 600 miliardi di dollari ed è già impacchettato in prodotti strutturati come ai tempi dei subprime. Ci sono poi le resistenze locali contro i data center e una redditività ancora da dimostrare: l’AI è dappertutto, salvo che nelle statistiche della produttività. A differenza della bolla di Internet, osservano, questo boom non trascina il resto dell’economia ma cresce a sue spese. La parte più interessante viene dopo. Gli autori riprendono «Aspetti politici della piena occupazione» di Michał Kalecki e smontano il modello di singolarità economica di William Nordhaus mostrando che regge solo con certe ipotesi sulle elasticità di sostituzione, cioè se nessuno preferisce più l’artigianato o il rapporto personale nei servizi. La bolla americana dell’AI non vende soprattutto una promessa di profitto: persegue il controllo, cioè la sconfitta definitiva del lavoro, e accetta perdite che nessun calcolo di rendimento giustificherebbe. La chiusura guarda all’Europa: una crisi renderebbe più cara la dipendenza dai servizi digitali americani, ma aprirebbe anche una finestra per una politica industriale fondata su protezionismo digitale e regolazione internazionale. È un saggio di parte, dichiaratamente, e va letto come tale.
La bulle et le contrôle
Strumento concettuale Kalecki spiegava nel 1943 che gli imprenditori preferiscono la disciplina in fabbrica ai profitti; letta con quella chiave, la bolla dell’AI smette di essere un errore di previsione e diventa una scommessa politica.
In dialogo con → The U.S. Is Betting the Economy on 'Scaling' AI: Where Is the Intelligence When One Needs It?
Leggi l’originale su Cédric Durand e Gaia Valenti / Le Grand Continent ↗