Steinem muore nel 2026 a novantadue anni. The New Yorker pubblica il suo ultimo testo scritto — un’orazione valedittoria in prima persona, breve, intenzionalmente semplice. La chiave più interessante non è il manifesto femminista ma la genealogia: Steinem non arriva all’attivismo attraverso la teoria accademica occidentale, ma attraverso l’India postcoloniale degli anni Cinquanta, dove trascorre due anni dopo il college. I gandhiani che incontra là — nonviolenti, antinazionalisti, aperti — le forniscono il modello pratico di quello che chiamerà poi ‘organizzazione itinerante’: osservare il mondo, vedere quello che potrebbe essere, aiutare a renderlo reale. È una genealogia del femminismo politico che raramente compare nei libri di testo. Il resto del pezzo costruisce la cornice con dati asciutti: le donne fanno la maggior parte del lavoro globale — retribuito e non — e ricevono circa un terzo del reddito da lavoro; possiedono meno del venti per cento della terra mondiale; sono le principali vittime di tratta, di analfabetismo, di violenza domestica. Steinem non spiega perché esista il femminismo: elenca i fatti e considera il resto ovvio. Sull’etichetta stessa è curiosamente agnostica: ‘feminism’, ‘womanist’, ‘mujerista’, ‘egalitarianism’ — tutte le parole che significano uguaglianza vengono demonizzate da chi beneficia della disuguaglianza, qualunque sia la parola scelta. Il documento ha il peso che ha perché chi scrive non sarà più qui a ripeterlo: è la chiusura di un ciclo generazionale, non un punto di partenza teorico.

WR