Sarah Scire sul Nieman Lab, 16 settembre 2026, da una conversazione con Nicholas Thompson, amministratore delegato dell’Atlantic. La rivista ha 1,6 milioni di abbonati paganti ed è in utile dal 2024.
Conviene cominciare da un avvertimento, perché riguarda proprio l’affermazione del titolo. Il pezzo sostiene che l’Atlantic ricavi più abbonati dal traffico di Google mentre i rinvii calano, e non riporta una sola percentuale: non la misura del calo, non il tasso di conversione, non una serie storica. L’intera tesi poggia su una frase di Thompson — «Google ci sta mandando meno persone che non si sarebbero abbonate» — che è una buona riformulazione ma non è una misura. Vale la pena dirlo in chiaro, non per penalizzare una fonte di mestiere che fa il suo lavoro, ma perché un archivio che conserva questa scheda per tre anni deve sapere che cosa sta conservando: una lettura, non un dato.
Quella riformulazione, però, è utile e corregge un riflesso diffuso in tutta l’editoria digitale. Il traffico perduto e il traffico che vale non sono lo stesso traffico: se quello che sparisce è la visita di passaggio che non si sarebbe mai convertita, un calo dei rinvii è compatibile con una crescita degli abbonati, e allora il volume smette di essere l’indicatore da difendere. È un caso particolare di una regola più generale che l’archivio registra altrove — un indicatore difeso oltre la sua utilità diventa la cosa sbagliata da difendere.
I fatti di mercato sono più interessanti della tesi, e sono tre. Il primo: l’Atlantic ha firmato con OpenAI nel 2024, e Thompson ammette che «è stata una sorpresa quanto poco traffico ChatGPT rimandi verso l’Atlantic» — cioè l’accordo di licenza non funziona come un canale di distribuzione, qualunque cosa si sia sperato al momento della firma. Il secondo, e il più nuovo: la rivista riceve micropagamenti da Parallel Web Systems, la società fondata da Parag Agrawal, già amministratore delegato di Twitter, la cui piattaforma Index remunera gli editori per contenuti «unicamente preziosi, difficili da rimpiazzare, o usati in lavoro agentico di alto valore». È una definizione di valore editoriale scritta da un’infrastruttura per agenti, e vale la pena rileggerla pensando a che cosa premia: non l’attualità, non il volume, ma l’insostituibilità. Il terzo è una smentita onesta: l’esperimento di newsletter con divisione dei ricavi su Substack «non ha funzionato», e Thompson lo dice senza girarci intorno — «forse non abbiamo impostato bene i numeri», o «forse gli autori che abbiamo reclutato non erano quelli giusti per quel modello» — anche se alcuni di loro, come Tom Nichols e Charlie Warzel, sono rimasti come collaboratori.
Sulla trattativa con le società di AI, infine, Thompson riduce la questione a due domande che si possono porre a qualunque controparte: «Che cosa ci state dando, e che cosa vi stiamo dando noi? È equo?» Con un’osservazione che spiega perché un editore preferisca un accordo imperfetto a nessun accordo: «Preferisco che paghino piuttosto che non paghino. E molte delle società di AI non pagano.»