L’inchiesta misura con Pangram, lo strumento che rileva il testo generato, e trova che un decimo delle parole pronunciate nei dibattiti di Westminster è redatto da un modello, contro un valore vicino a zero nel 2024. L’apertura ha un’ironia involontaria: il deputato laburista Steve Yemm aveva chiesto ai colleghi «chi sta plasmando chi», e quell’intervento risulta interamente artificiale — lui lo riconosce, molti altri fra i più assidui hanno reagito con sorpresa e diniego. Sull’affidabilità il giornale è trasparente, il che è necessario visto che tutto vi poggia: un falso positivo su 24.000 dichiarato, errore «vicino allo zero» sui testi lunghi secondo l’Università di Chicago, e quasi nessuna segnalazione sui discorsi anteriori a ChatGPT, che è il controllo negativo giusto. Non è un’anomalia britannica. Australiani e canadesi stanno al triplo di quel tasso, i membri della Camera americana non sono lontani, i Lord superano i Comuni, i più bassi sono Nuova Zelanda e Senato americano. Fuori dal mondo anglofono, il premier olandese Rob Jetten è stato messo in imbarazzo dal Volkskrant per post generati, fra cui una commemorazione e delle scuse post-coloniali, e ha annunciato che continuerà; un terzo delle leggi proposte nel parlamento norvegese contiene testo artificiale. La distribuzione è la parte che il titolo non lascia intuire, ed è quella che conta. Più della metà dei deputati britannici non usa quasi mai l’AI; chi la usa è prolifico, e viene in buona parte dalla leva del 2024. Sarah Hall, fra i primi in classifica, la difende in termini di tempo — «un’assistente, non una sostituta», e ogni mezz’ora risparmiata è mezz’ora per il collegio. I leader di partito e i ministri, che hanno uffici di scrittura veri, non risultano quasi mai: nessun intervento di Badenoch, Burnham, Davey, Farage, Healey o Miliband ha input rilevabile. Il sondaggio di Public First aggiunge il dato politicamente più significativo: gli elettori accettano che usino l’AI operatori di marketing, assistenti e perfino insegnanti, ma non i politici, e la disapprovano nei discorsi più che in ogni altra scrittura politica, comprese le condoglianze. Alan Lockey, già discorsista di Starmer, riassume la posta in una riga: «una scrittura sciatta produrrà una politica sciatta». Il rilievo che porto io sta però in quella classifica rovesciata. Se i leader non usano l’AI perché hanno chi scrive, allora la tecnologia non sta sostituendo lo scrittore: sta sostituendo l’assenza di uno scrittore. È una tecnologia che redistribuisce, e chi era già attrezzato resta umano — il che rovescia l’intuizione corrente sull’automazione e vale molto oltre la politica.
AI-written speeches are taking over politics
Dato che corregge Un decimo delle parole pronunciate nei dibattiti del parlamento britannico è redatto da un modello, contro quasi zero nel 2024; australiani e canadesi stanno al triplo di quel tasso, e un terzo delle leggi proposte in Norvegia contiene testo generato. Il dato che conta di più non è però la diffusione: è che gli elettori disapprovano l’uso dell’AI nei discorsi più di qualsiasi altra scrittura politica, comprese le condoglianze — e che i leader di partito, gli unici con uffici di scrittura veri, non la usano affatto.
In dialogo con → Don’t let AI kill the author