Catena 10 fonti · gen 2023 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura

  1. 5gen 23arXiv
  2. 9gen 26Platformer
  3. 4giu 26The New York Times
  4. 7giu 26Anomalia (Substack)
  5. 8lug 26The New York Times
  6. 3lug 26The Economist
  7. 10ago 26The New York Times
  8. 6set 26The New York Times Magazine
  9. 1set 26The Economist
  10. 2set 26The Economist

A settembre l’Economist ha passato i dibattiti di Westminster a uno strumento che riconosce il testo generato, e ha trovato che un decimo delle parole pronunciate ai Comuni è redatto da un modello, contro un valore vicino allo zero nel 2024.1 L’inchiesta si apre con un’ironia che nessuno avrebbe potuto inventare: il deputato laburista che aveva chiesto ai colleghi «chi sta plasmando chi» lo aveva fatto con un intervento interamente artificiale. Il dato non è britannico, perché australiani e canadesi stanno al triplo di quel tasso e un terzo delle proposte di legge del parlamento norvegese contiene testo generato, e la distribuzione dice più del totale: più della metà dei deputati non usa quasi mai l’AI, e chi la usa è prolifico. Il giorno dopo, lo stesso giornale ha tirato le conseguenze in un editoriale che ha il merito raro di dichiarare il proprio interesse.2 I suoi due argomenti non sono quelli che si sentono di solito. Il primo riguarda chi scrive, per il quale la fatica della scrittura è in gran parte fatica del pensiero; il secondo riguarda chi legge, e introduce la categoria che mi interessa: un testo umano richiede più tempo a scriversi che a leggersi, e questa asimmetria garantisce lo sforzo, se non la qualità. È un segnale costoso, e l’intelligenza artificiale ne azzera il costo, con un effetto che si estende anche ai testi in cui non è stata usata, perché basta il sospetto.

La tesi che ricavo dalle dieci schede di questa catena è che quando produrre un testo non costa più nulla, il suo valore si sposta sul segnale che lo accompagna: chi lo firma, e come dichiara il lavoro che c’è dietro. Per ricostruire quel segnale le strade sono due, riconoscere la macchina o farsi riconoscere da chi scrive, e l’archivio documenta abbastanza bene perché la prima sia chiusa.

Riconoscere la macchina

L’Economist ci ha provato con metodo, costruendo un corpus di quasi cinquantaseimila frasi per confrontare la prosa dei modelli con la propria, con quella dei quotidiani americani e con la narrativa dei bestseller dal 1950 in poi.3 Il risultato corregge i luoghi comuni: il trattino lungo non è più un indizio, perché fra i modelli principali soltanto Claude ne usa più degli scrittori umani, e parole come delve sono sparite con gli aggiornamenti. I segnali che restano sono polisillabi, nominalizzazioni, poche virgole, e le figure retoriche di repertorio che Orwell avrebbe chiamato dizione pretenziosa. Vauhini Vara, sul New York Times, ha scritto una difesa del trattino lungo che diventa, suo malgrado, la prova del problema: prova a rinunciarvi per una sera e le dita tornano da sole alla combinazione di tasti.4 Nella scheda annotavo che i tic che attribuiamo alla macchina sono in buona parte nostri, e che la macchina li ha imparati da noi. Un criterio stilistico dura quanto l’aggiornamento successivo del modello, e colpisce intanto chi scriveva così da prima.

Resta la via tecnica, e il riferimento è il lavoro di Kirchenbauer e dei suoi colleghi del Maryland sulla filigrana: il modello favorisce in modo impercettibile una parte del vocabolario scelta da una funzione pseudocasuale, e un test statistico riconosce la traccia anche in frammenti brevi, con un tasso di falsi positivi prossimo a zero.5 La soluzione è elegante e ha un solo difetto, che è decisivo: funziona se chi produce il modello la applica al momento della generazione. A tre anni dalla pubblicazione nessun modello di largo uso l’ha adottata in produzione, e gli strumenti di rilevamento in commercio lavorano su indizi statistici troppo incerti per valere come prova.

Il valore sta nella provenienza

Se la macchina non si lascia riconoscere, conviene chiedersi che cosa perda un testo quando si scopre che l’ha scritto lei. Aaron Sorkin, intervistato per il New York Times Magazine, racconta una cena in cui un quadro astratto gli piaceva molto, finché il padrone di casa non gli ha detto che l’aveva dipinto una macchina: da quel momento ciò che provava è sparito.6 L’oggetto era lo stesso, era cambiata un’informazione sulla sua provenienza. È il controesempio più netto a chi sostiene che l’autenticità non sia la grandezza che conta, e va preso sul serio prima di discuterlo, perché dice che una parte del valore sta nella storia dell’oggetto e che chi la nasconde sottrae qualcosa al lettore.

La provenienza, però, raramente è stata semplice. Ilaria Maria Dondi, dopo aver scritto un pezzo di cui era soddisfatta aiutandosi anche con un modello, si è chiesta se stesse barando, e si è risposta ricordando che gli amministratori delegati pubblicano libri scritti da altri e i politici pronunciano discorsi di speechwriter senza che nessuno li accusi di impostura.7 L’indignazione, osserva, scatta quando uno strumento economico offre lo stesso sostegno a chi un editor non se l’è mai potuto permettere, e la competenza si misura dalla capacità di difendere ciò che si firma. Lo scrivo sapendo che Irene Media fa anche questo mestiere: il ghostwriting ha sempre funzionato perché la firma dichiarava una responsabilità, e il testo restava di chi era disposto a risponderne.

Resta da stabilire che cosa vada dichiarato, e qui due schede aiutano più di un codice deontologico. Debbie Millman, che dirige un master in brand strategy, propone di trattare l’intelligenza artificiale come la tradizione ebraica tratta la Kabbalah, da non studiare prima dei quarant’anni, e distingue fra la mente formata, che può usare la macchina senza farsene sostituire la voce, e quella in formazione, che non sa ancora distinguere le due cose.8 Casey Newton racconta invece di aver usato Claude Code per costruire strumenti al servizio della propria scrittura, fra cui un archivio semantico delle 818 puntate della sua newsletter interrogabile in linguaggio naturale: la macchina non scrive al suo posto, gli restituisce l’accesso a ciò che ha già scritto.9 Sono usi diversi, che una dichiarazione generica («scritto con l’aiuto dell’AI») confonde. Una dichiarazione utile deve dire quale parte del lavoro è passata da un modello, ed è la ragione per cui ogni pezzo di questo sito, compreso questo, porta una notazione che lo specifica.

La controtesi coglie un limite reale, e coincide con il primo dei due argomenti dell’Economist, che la prima parte di questa catena ha lasciato da parte. Il segnale costoso ricostruito dalla firma e dalla dichiarazione restituisce al lettore un’informazione sulla provenienza, e non dice nulla sulla qualità del pensiero che il testo contiene; per quello resta il giudizio di chi legge, e la responsabilità di chi firma di poter difendere ogni riga. La seconda parte di questa serie sposta la stessa domanda dal testo alla risposta: se il valore di un testo dipende da una provenienza dichiarata, da che cosa dipende il valore di ciò che una macchina afferma?

Nella catena

  1. 1The Economist — AI-written speeches are taking over politics
  2. 2The Economist — Don’t let AI kill the author
  3. 3The Economist — How to spot AI writing
  4. 4Vauhini Vara / The New York Times — Humans vs. Bots — Who Does the Em Dash Better?
  5. 5John Kirchenbauer et al. / arXiv — A Watermark for Large Language Models
  6. 6Lulu Garcia-Navarro / The New York Times Magazine — Aaron Sorkin Goes Off Script
  7. 7Ilaria Maria Dondi / Anomalia (Substack) — Se uso l’AI sono meno professionista?
  8. 8Debbie Millman / The New York Times — If You’re Over 40, You’re Ready to Use A.I.
  9. 9Casey Newton / Platformer — Claude Code for writers
  10. 10Bret Stephens / The New York Times — I’m Begging You: Never Write With A.I. controtesi

Concetti ricorrenti nelle fonti capitale semantico×6 scrittura×4 ghostwriting×2 LLM come attante zero×2 segnale costoso×2

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