Catena 15 fonti · giu 2022 – ott 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
- 15giu 22The Economist
- 14feb 26The New York Times
- 5mar 26Aeon
- 10giu 26The Economist Group
- 8ago 26Aeon
- 9set 26Dazed
- 6set 26London Review of Books
- 11ott 26Synthese
- 3ott 26Foreign Affairs
- 1ott 26Foreign Affairs
- 7ott 26Le Grand Continent
- 13ott 26The New York Times Magazine
- 12ott 26Geopolitica delle Narrazioni
- 2ott 26The Economist
- 4ott 26The New York Times
Uso spesso la parola «geopolitica», in questo archivio, e la uso perché non ho trovato un termine altrettanto riconosciuto per dire «politica internazionale letta attraverso i rapporti di potenza». Ma è una parola con una storia scomoda. Nasce alla fine dell’Ottocento con lo svedese Rudolf Kjellén, cresce accanto allo Lebensraum di Friedrich Ratzel, e fra le due guerre diventa con Karl Haushofer il vocabolario di una scienza dello spazio vitale messa al servizio di un’espansione. Il Destino Manifesto americano, che nel 1845 dava agli Stati Uniti il diritto naturale di estendersi fino al Pacifico, e l’eurasismo che oggi si rivendica a Mosca appartengono alla stessa famiglia: una lettura della carta geografica che trasforma una posizione in un destino. Questa catena mette in fila quindici schede dell’archivio, molte delle quali usano la parola, e prova a separare due cose che quella parola tiene insieme. Una è un’analisi condizionale, che dice «se» e «finché», guarda ai casi e alle scelte e ammette di potersi sbagliare. L’altra è un racconto di forze ineluttabili, che circola soprattutto nei media e ha un effetto preciso: rende superflua la volontà politica.
La geografia non decide
Le prime quattro schede vengono dal magazzino della catena, e sono le migliori analisi geopolitiche che l’archivio abbia raccolto in autunno. Lette insieme, smontano dall’interno l’idea che la carta decida.
Alan Boswell, che dirige il programma sul Corno d’Africa dell’International Crisis Group, sostiene su Foreign Affairs che il Corno e la penisola arabica non sono più due teatri distinti: gli Emirati sostengono in Sudan le Forze di supporto rapido, l’Arabia Saudita l’esercito, e le guerre di una sponda cambiano i calcoli dell’altra.1 La ricostruzione storica è il cuore del pezzo. Per millenni il Mar Rosso ha collegato le due sponde, dalle lingue semitiche dell’Etiopia al regno di Aksum in Yemen nel VI secolo, e la separazione fra le due regioni è stata un’eccezione del Novecento, prodotta dal colonialismo, dai nazionalismi e dall’ombrello americano dopo la prima guerra del Golfo.
Il pezzo mostra le due geopolitiche nello stesso paragrafo. Quando dice che una regione è una categoria storica, fatta da imperi e alleanze e quindi revocabile, fa analisi; quando conclude che «la geografia si riprende il suo posto», scivola nel racconto, perché attribuisce alla geografia un’agenzia che nella sua stessa ricostruzione appartiene agli Emirati, a Riyad, a Washington e ai loro calcoli. È lo scivolamento che questa catena segue: la parola fa sembrare naturale ciò che l’analisi ha appena mostrato costruito.
L’Economist sui minerali critici offre il controllo empirico di una delle profezie più ripetute, quella dei blocchi.2 L’amministrazione Trump aveva annunciato che i paesi avrebbero dovuto scegliere da che parte stare. Nel 2025 il governo e le imprese americane hanno speso 15,4 miliardi di dollari in miniere all’estero, le grandi società cinesi più di 30, e cinque paesi, Congo, Brasile, Kazakistan, Zambia e Canada, hanno ricevuto quasi l’80 per cento di quegli investimenti, prendendo soldi da entrambi. Il mondo diviso in campi era una previsione; i fatti, per ora, dicono che chi ha miniere pronte sceglie di non scegliere.
Carl Minzner, su Foreign Affairs, fa lo stesso con la demografia, che dei determinismi è il più rispettabile.3 La popolazione cinese ha toccato il massimo nel 2021 e ora cala di tre o quattro milioni l’anno, ma la sua tesi non è demografica: il declino diventa pericoloso quando incontra un sistema politico che ha perso la capacità di correggersi. Le pensioni urbane valgono diciotto volte quelle rurali e non si toccano per non scontentare chi è vicino al partito; l’età pensionabile sale con lentezza estrema; alla bassa natalità si risponde con le donne come «brave mogli e buone madri». A decidere non è la piramide delle età , sono le scelte, e l’analogia con i Ming di Zhang Juzheng serve a ricordare che anche allora le riforme erano state possibili e furono smontate.
L’ultima scheda di questa sezione porta il ragionamento al suo estremo. Secondo un’inchiesta del New York Times, che si fonda su fonti anonime e materiale classificato, la politica americana sulle esportazioni di chip verso la Cina è passata in larga parte per il rapporto personale fra Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, e il presidente: limiti allentati, un accordo che dà al governo il 25 per cento su certi chip, almeno venti milioni donati al fondo per la sala da ballo della Casa Bianca, e indagini arenate.4 Nel racconto corrente la competizione tecnologica fra Stati Uniti e Cina è il caso tipico di forza strutturale. Qui si vede da vicino, e ha la forma di una relazione fra due persone, di una decisione presa e di un’altra non presa.
I miti di destino
Se la geografia non decide, che cosa produce l’impressione che decida? Le quattro schede seguenti sono già comparse in altre catene, e qui fanno un altro lavoro: mostrano come si fabbrica un destino.
Peter Perdue, storico della Cina imperiale a Yale, smonta su Aeon la dottrina della «grande unità » che dal 2023 struttura il discorso ufficiale cinese: una civiltà di cinquemila anni in cui popoli diversi si sarebbero fusi armoniosamente, e che per questo avrebbe un modello da offrire al mondo.5 Il vocabolario è antico, il montaggio è recente: il Datongshu di Kang Youwei è del 1902, e l’impianto di continuità etnica ricalca da vicino China’s Destiny di Chiang Kai-shek, del 1943, l’ideologia nazionalista che il Partito aveva combattuto. La lettura di Perdue è che la dottrina risponda a un problema interno di legittimità : uno Stato che non affronta minacce esistenziali non ha bisogno di ripetere ogni pochi anni di essere unito, a meno che l’unità non sia ciò di cui dubita.
Thomas Meaney, recensendo sulla London Review of Books la storia dell’idea di Occidente di Georgios Varouxakis, mostra che lo stesso vale per la categoria da cui gran parte della geopolitica europea guarda il mondo.6 L’Occidente ha una data e un indirizzo: il 17 di rue Monsieur-le-Prince, dove negli anni Quaranta dell’Ottocento Auguste Comte progetta la sua République occidentale, con una parola inventata per tagliare fuori la Russia ortodossa e tenere dentro i coloni delle Americhe. Richard Congreve, nel 1866, lo dice senza giri di parole: «L’eliminazione della Russia dal sistema è la prima grande rettifica». Dopo la guerra di Crimea Dostoevskij risponde a quell’esclusione con una Russia investita di una missione propria, ed è la radice da cui discendono i nazionalismi russi che oggi si oppongono all’Occidente; Meaney nota che l’antioccidentalismo nasce quasi sempre dentro le società appena occidentalizzate, come reazione a una graduatoria di cui si è stati messi in fondo.
Il caso più recente lo hanno tradotto e commentato Gilles Gressani e Arnaud Miranda su Le Grand Continent: il discorso pronunciato da Marco Rubio sulla Pnice di Atene il 7 ottobre 2026.7 La genealogia va da Leonida e Achille a Cortés, e la scelta che impone è fra il perseguimento «senza scuse» della potenza nazionale e un avvenire di «atrofia, servitù e declino». È la forma classica del mito di destino, una genealogia selezionata che rende obbligata una scelta politica, e la critica degli autori è filologica: Salamina, letta con Erodoto, insegna il contrario di ciò che Rubio celebra.
David Polansky e Daniel Schillinger, su Aeon, trovano lo stesso meccanismo nella fonte da cui il realismo politico dice di discendere.8 Quando Mark Carney cita a Davos il dialogo dei Meli per criticare Trump, compie un’operazione che Hobsbawm chiamava tradizione inventata: un’autorità classica mobilitata per naturalizzare una posizione contemporanea. E Tucidide, letto davvero, non dice che il forte ha ragione. Racconta tre autoinganni, dei Meli, degli Spartani e degli Ateniesi, e la spedizione in Sicilia votata per gloria e avventura più che per calcolo: la storia di potenze che si credevano guidate dalla necessità e decidevano per passione.
La mediatizzazione
Il racconto del destino non nasce nei media, ma è lì che trova la forma più adatta. Laura Pitcher, su Dazed, descrive l’ascesa dei creator che spiegano idee e concetti con un microfono minuscolo in mano, e isola un meccanismo: se un video supera i tre minuti, Instagram smette di spingerlo.9 La teorica della moda Shuang Bright lo dice così: sfornare di continuo analisi ponderata è un ossimoro, perché non si può essere ponderati in fretta, e questi video creano una facciata di educazione. In tre minuti un’analisi condizionale non ci sta, un destino sì: la mappa con le frecce, lo stretto che «decide», la civiltà che «torna».
La seconda scheda riguarda chi spiega. Nel giugno 2026 l’Economist ha nominato defence editor il generale di divisione Alex Turner, che fra il 2020 e il 2022 ha comandato la 77ª Brigata, l’unità dell’esercito britannico per le «attività informative».10 La scheda aggiunge un dato di contesto, da un rapporto di Action on Armed Violence: quasi il 60 per cento degli ex militari britannici presentati dai media come esperti indipendenti ha legami commerciali non dichiarati con l’industria della difesa. Il problema qui non è la mancanza di un titolo accademico. Il titolo non garantisce niente, e l’accademia ha prodotto la sua parte di geopolitiche del destino, a cominciare da quella di Haushofer, che era professore a Monaco. Il problema è che la competenza viene dichiarata attraverso un ruolo, il generale, l’analista, l’esperto, e non attraverso un metodo che si possa controllare, mentre gli interessi restano non dichiarati.
Cameron Boult, su Synthese, dà un nome alla postura che il formato del dibattito televisivo premia.11 Lo «stronzo epistemico», nella sua tassonomia, è chi si esenta dagli obblighi che pretende dagli altri, critica senza essere criticabile e chiede sempre altre prove. Applicata al commentatore geopolitico, la categoria descrive chi non dichiara mai che cosa smentirebbe la propria lettura, e trasforma ogni fatto contrario in una conferma del disegno più grande. Boult stesso avverte che la categoria rischia di spiegare troppo, e va usata per quello che è, la descrizione di una relazione di dibattito.
Laura Laportella mostra la stessa postura nella sua forma più frequente, la ricerca del mandante.12 Davanti alle proteste europee dell’ottobre 2026 i governi hanno offerto spiegazioni esterne, una «mano straniera», una «guerra ibrida», mentre le piazze chiedevano scuole, case, affitti e prezzi; e la domanda su chi c’è dietro ha cancellato quella sul perché. La terza parte di «Il fronte dell’informazione» ha già seguito il caso. Qui conta un dettaglio: Laportella scrive su una newsletter che si chiama Geopolitica delle Narrazioni, e il nome dice da solo che la parola si porta dietro il proprio uso critico, quando qualcuno decide di usarla così.
La volontà soppressa
L’effetto politico del racconto del destino si vede meglio dove la volontà conta di più, cioè nella guerra. Mirjana Spoljaric, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, racconta a Lulu Garcia-Navarro, sul New York Times Magazine, che i suoi richiami ai leader sulle regole della guerra cadono nel vuoto, in un mondo che conta 130 conflitti armati, il doppio di quindici anni fa.13 I civili le dicono di volere che la guerra finisca; i potenti le rispondono che non possono fare nulla. Per Spoljaric chi detiene il potere non può dichiararsi impotente, e dire che non ci sono linee rosse equivale ad abolirle.
La scheda nota il rovescio che rende l’intervista utile qui. Spoljaric descrive i conflitti come sistemi che si saldano fra continenti, e da quella descrizione ricava la necessità della volontà politica, non la sua impossibilità : è la risposta implicita al «there is no alternative» in bocca a chi governa, l’analisi strutturale usata come alibi. Ed è una risposta che vale anche per lei, perché sui due pesi con cui si misurano i bisogni umanitari in Europa e in Africa ammette che si continua «perché non possiamo impedirlo».
Nataliya Gumenyuk, giornalista ucraina, racconta sul New York Times il caso opposto, quello di un paese che ha smesso di aspettare.14 Nei primi giorni dell’invasione sembrava impossibile che il mondo non intervenisse; la lezione dell’ultimo anno, scrive, è che «il mondo non verrà a salvarci», e una volta accettato di poter contare solo su sé stessi l’umore del paese si è fatto meno ansioso. L’ex ministro della Difesa Andriy Zagorodnyuk chiama la strategia ucraina «neutralizzazione strategica», rendere le offensive russe così costose da non valere la pena. Un paese più piccolo, con meno risorse e la geografia contro, ha trasformato una situazione che ogni carta dava per decisa in una questione di scelte, di costi e di tempo. Un gruista di Nikopol chiude il pezzo: chiedere quando finirà non ha senso, conta come finirà .
L’obiezione è giusta sul punto di fatto, ed è il caso migliore che la geopolitica possa portare a propria difesa. Ma guardata da vicino è un’analisi della prima specie, e per questo ha funzionato. La previsione era condizionale, «se e quando», e la condizione dipendeva da due decisioni politiche, quella di Helsinki e quella di Stoccolma, che il pezzo non dava per scontate. La lettura era a doppio taglio: lo stesso fatto geografico rendeva Kaliningrad utile a minacciare e inutile a combattere, e nessuna delle due letture era un destino. E le fonti erano nominate, con il loro mestiere: un analista dell’agenzia svedese di ricerca sulla difesa, il direttore degli studi sulla Russia del CNA. È esattamente ciò che manca al racconto del destino, ed è la ragione per cui la parola «geopolitica», pur con la sua storia, si può continuare a usare: a patto di chiederle ogni volta di dire «se», di nominare chi decide e di dichiarare che cosa la smentirebbe. Quando non lo fa, presenta una scelta come una forza della natura, e intanto la scelta la fa qualcun altro.
Nella catena
- 1Alan Boswell / Foreign Affairs — The New Red Sea Wars
- 2The Economist — The countries making a fortune from the US-China rivalry
- 3Carl Minzner / Foreign Affairs — China’s Long Twilight
- 4Jonathan Swan, Maggie Haberman, Ana Swanson, Paul Mozur, Tripp Mickle e Julian E. Barnes / The New York Times — Nvidia Chief, Jensen Huang, Is Seen as Target of Chinese Spy Plot
- 5Peter C. Perdue / Aeon — One China, one world
- 6Thomas Meaney / London Review of Books — Ranks of Humanity
- 7Gilles Gressani e Arnaud Miranda / Le Grand Continent — Marco Rubio invente l’Occident de Trump
- 8David Polansky & Daniel Schillinger / Aeon — Thucydides the perspicacious
- 9Laura Pitcher / Dazed — We’re living through an explainer epidemic
- 10The Economist Group — Alex Turner appointed as Defence Editor of The Economist
- 11Cameron Boult / Synthese — Epistemic assholes
- 12Laura Laportella / Geopolitica delle Narrazioni — Cercasi mandante
- 13Lulu Garcia-Navarro / The New York Times Magazine — She’s Been to Gaza. She Met With the Iranians. Now She Has a Warning.
- 14Nataliya Gumenyuk / The New York Times — When Will This War End? The Question Is Meaningless.
- 15The Economist — Is Kaliningrad, Russia’s exclave surrounded by EU countries, an asset or a liability? controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti Stati Uniti×5 Cina×4 idea di Occidente×2 Iran×2 Israele×2 propaganda×2 Russia×2 TINA (there is no alternative)×2