Dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, nel novembre 2024, sedici morti, gli studenti serbi protestano da quasi due anni: blocchi delle università, strade chiuse, marce di centinaia di chilometri. Ora si presentano alle elezioni anticipate contro Aleksandar Vučić, al potere da quattordici anni. La loro lista di 250 candidati, professori, medici, operai, attori, è stata scelta dalle facoltà e dalle assemblee studentesche dopo colloqui e verifiche, con la partecipazione di migliaia di persone. Il loro slogan è «La Serbia o la mafia». Il movimento ha messo in crisi un regime abituato a neutralizzare gli oppositori proprio perché non ha un capo da colpire: un’identità collettiva senza figura di riferimento, rimasta unita nonostante le differenze ideologiche.
Filip Balunović, ricercatore all’Università di Belgrado e studioso dei movimenti sociali, ricorda il prezzo pagato: studenti investiti, spiati, arrestati, picchiati dalla polizia e da gruppi legati alla criminalità, alcuni costretti all’esilio. Ricorda anche l’equilibrismo di Vučić, che condanna l’invasione russa dell’Ucraina ma non applica le sanzioni, accoglie Zelensky e vanta l’appoggio di Putin. È un’opinione di parte, scritta da un osservatore vicino al movimento alla vigilia del voto, e il risultato non è ancora noto.