Catena 10 fonti · ott 2025 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
Nell’articolo del 1989 da cui nacque il libro, Francis Fukuyama aveva scritto che la fine della storia sarebbe stata un tempo molto triste, e per trent’anni quasi nessuno ha letto la frase. Gal Beckerman, sull’Atlantic, restituisce a The End of History and the Last Man il suo argomento: se la democrazia liberale è l’unica idea politica rimasta in piedi, non c’è un oltre verso cui andare, e se si muove può soltanto arretrare.1 Il motore dell’arretramento ha un nome platonico, thymos, il desiderio di vedere riconosciuto il proprio valore, e nessun sistema che distribuisce benessere lo soddisfa per questo solo fatto. Nella conversazione con Ezra Klein, Fukuyama precisa la distinzione che serve oggi: l’isotimia chiede di essere riconosciuti come uguali, la megalotimia come superiori, e la seconda non si placa con l’uguaglianza dei diritti.2 Si definisce un antropologo pessimista con una previsione istituzionale ottimista: le istituzioni reggeranno, ma nel frattempo ci stanno portando a fare un giro molto pericoloso.
La tesi di questa catena è che alla democrazia liberale non mancano gli argomenti, manca la capacità di offrire riconoscimento; autocrati e populisti lo raccolgono usando strumenti formalmente democratici, e le risposte liberali, quando cercano una storia da raccontare, rischiano di inventarsela.
Chi raccoglie
Fabio Sabatini mappa le tattiche con cui i regimi autoritari di oggi usano elezioni, media e giustizia per consolidare il potere e neutralizzare l’opposizione.3 La loro forza sta nel lasciare in piedi le forme della democrazia e nel riempirle di un’offerta di riconoscimento, fatta di nazione, identità e nemici, che il liberalismo non sa fare con la stessa immediatezza.
Le storie liberali
Il campo liberale risponde con racconti, e l’archivio ne conserva alcuni. L’Economist ha pubblicato una cronologia interattiva del liberalismo, dalle origini illuministe alle crisi del Novecento, che nella scheda leggevo come un esercizio di marketing valoriale: il giornale costruisce la propria identità editoriale sul potere trasformativo del liberalismo, con una buona dose di agiografia.4 Thomas Meaney, recensendo sulla London Review of Books la storia dell’idea di Occidente di Georgios Varouxakis, mostra quanto siano recenti le identità che crediamo antiche: il termine nasce negli anni Quaranta dell’Ottocento, a un indirizzo preciso di Parigi, perché Auguste Comte aveva bisogno di una parola che lasciasse fuori la Russia e tenesse dentro le colonie britanniche.5
David Polansky e Daniel Schillinger, su Aeon, partono dal discorso con cui Mark Carney, a Davos, ha citato il dialogo dei Meli per criticare Trump, e lo leggono come una tradizione inventata nel senso di Hobsbawm: un’autorità classica mobilitata per naturalizzare una posizione contemporanea, per quanto ragionevole.6 Jill Lepore, sul New York Times, prova la strada più difficile, riscrivere la storia fondativa americana per il secolo che viene senza cedere né al mito né al cinismo.7 Il problema comune è lo stesso: un racconto che offra riconoscimento senza trasformarsi nella caricatura di sé.
Il caso italiano
L’Italia offre un caso di scuola, e lo vediamo meglio nello specchio degli altri. Roger Cohen, sul New York Times, firma un profilo di Giorgia Meloni alla vigilia del suo record di longevità a Palazzo Chigi, e il giornale trova in lei ciò che cercava: una destra che ha fatto campagna su identità e frontiere e governa con disciplina tecnocratica, presentabile come alternativa al modello Trump.8 Nella scheda osservavo che nel ritratto il resto della politica italiana scompare. L’Economist, pochi mesi prima, si chiedeva perché un paese grande come l’Italia si comporti in Europa come se fosse piccolo.9 Le due letture si tengono: Meloni offre riconoscimento all’interno e prudenza all’esterno, cioè gioca contemporaneamente su due tavoli, e il tavolo europeo è quello su cui l’Italia continua a chiedere poco.
La controtesi coincide con la metà ottimista di Fukuyama, e la catena la accoglie volentieri: le istituzioni possono reggere, e in Ungheria hanno retto. Resta l’altra metà . Una sconfitta elettorale smonta un regime, e lascia aperta la domanda che il regime aveva saputo intercettare; se la democrazia liberale non impara a offrire riconoscimento senza inventarsi un passato, il giro pericoloso di cui parla Fukuyama ricomincerà da un’altra parte.
Nella catena
- 1Gal Beckerman / The Atlantic — Why the End of History Is So Miserable
- 2Ezra Klein / The New York Times — Was Francis Fukuyama Right All Along?
- 3Fabio Sabatini / Substack — Il gioco sporco degli autocrati
- 4The Economist — The history of liberalism: a timeline
- 5Thomas Meaney / London Review of Books — Ranks of Humanity
- 6David Polansky & Daniel Schillinger / Aeon — Thucydides the perspicacious
- 7Jill Lepore / The New York Times — America’s Next Story
- 8Roger Cohen / The New York Times — Giorgia Meloni Cuts the Hard Right a Path to Power
- 9The Economist — Why a big country like Italy acts as if it were small
- 10Fabio Sabatini / Substack — Orbán ha perso, e non è l’unica buona notizia controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti Europa×4 Fukuyama, Francis×2 Orbán, Viktor×2 Stati Uniti×2 The End of History and the Last Man×2 thymos×2