Paolo Giordano parla con Annalisa Cuzzocrea dell’accordo che Trump spinge sulle condizioni russe, che per lui confonde la cessione di territori con l’assenza di garanzie di sicurezza, e del rallentamento di Starlink e delle informazioni di intelligence, che chiama «un atto di coercizione venato di sadismo». Sostiene che in Italia la narrazione del negoziato rifiutato da Kiev abbia ormai conquistato «una parte maggioritaria dell’opinione pubblica»: è un’impressione che non accompagna con dati, e che altre fonti invitano a leggere come amplificazione più che come creazione. Il resto è più misurato: rifiuta l’etichetta «putinisti», considera legittimo il pacifismo che propone di usare gli asset russi congelati, e invita ad ascoltare gli inviati che seguono l’occupazione dall’inizio. La parte più utile riprende il suo Da vicino: siamo meno liberi di quanto crediamo nelle opinioni che formuliamo, perché una lieve inclinazione basta a far convergere gli algoritmi, e ormai anche i media tradizionali, su una realtà o sulla realtà opposta. Ne è un esempio il modo in cui la causa ucraina e quella di Gaza vengono messe l’una contro l’altra, come se la solidarietà con un popolo occupato escludesse l’altra.
Giordano: “L’Ucraina deve essere difesa, anche dalle false verità”
Strumento concettuale Giordano dà un nome alla selettività dell’indifferenza, il dolore che vediamo solo dalla parte che abbiamo già scelto, e la collega a un ecosistema mediatico che converge in fretta su una sola versione della realtà.
In dialogo con → EU probes pro-Kremlin disinformation around French riots
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