Dopo le violenze e i saccheggi in Francia, in Italia e in Belgio, i regolatori europei esaminano il ruolo delle piattaforme nella diffusione di disinformazione e di contenuti violenti. Laura Dubois e Sam Jones raccolgono gli indizi: account filorussi e di estrema destra già legati a campagne precedenti hanno rilanciato video violenti, e il ricercatore David Colon di Sciences Po collega alcuni influencer alle reti russe Storm-1516 e Matryoshka, con segnali di operazioni iraniane e algerine. Un video di fuochi d’artificio visto quasi sei milioni di volte su X veniva in realtà dalle proteste di Tbilisi del 2024. Le fonti di intelligence sono però nette: gli attori stranieri amplificano una rabbia autentica, non la creano, e attribuire le proteste ai russi sarebbe «troppo semplice». Colon stesso precisa che gli influencer filorussi non sono all’origine delle manifestazioni né ne hanno cambiato il corso.
La risposta politica, intanto, passa dalle piattaforme. La Commissione chiede che i contenuti non vengano amplificati dagli algoritmi e incontra le autorità francesi sulla collaborazione con X; il Belgio discute di TikTok; ad Amazon e Vinted si chiede di bloccare la vendita di merce saccheggiata. In Italia il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di guerra ibrida condotta con TikTok, i social e YouTube. Il titolo parla di disinformazione e non di mandanti, e la mossa concreta, per ora, è giuridica.