Nel 1997, in The Innovator’s Dilemma, Clayton Christensen spiegò perché le aziende consolidate falliscono: non per incapacità, ma perché inseguono i clienti migliori e lasciano spazio a nuovi entranti che partono dal basso, con prodotti peggiori e più economici, e finiscono per scalzarle. Nelle business school la teoria è diventata un punto fermo, citata più come un dato che come un’ipotesi. Diciassette anni dopo Jill Lepore, storica a Harvard, ne rilegge i casi con gli strumenti del suo mestiere, a cominciare dai dischi rigidi della tesi di dottorato di Christensen. Seagate, che il libro tratta da incumbent sconfitto, nel 1997 era il primo produttore del settore; molti degli entranti celebrati come vincitori non esistono più; il successo è misurato con una soglia arbitraria, e i casi sono scelti a mano. La forza del pezzo non è dare ragione a Lepore, ma mostrare che anche la teoria più citata del management si può discutere, e che le fonti di uno storico sono lo strumento giusto per farlo.
Il bersaglio immediato è l’Innovation Report del New York Times del 2014, costruito sui grafici di Christensen, e con lui l’idea che scuole, ospedali, musei e giornali debbano ragionare come industrie assediate dalle startup: «People aren’t disk drives». Lepore ne fa anche una questione di metodo, e tocca un punto noto. Nella ricerca in business administration il rigore è raro, e molte idee nascono per produrre rendite di consulenza e di reputazione più che verità controllabili. Il pezzo provocò reazioni durissime, da Christensen stesso a Marc Andreessen, che lo attaccò su Twitter con messaggi oggi non più reperibili. Alcune letture di Lepore sono state contestate a loro volta, e il confronto resta aperto.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.