Peter C. Perdue, storico della Cina imperiale a Yale, smonta la dottrina della «grande unità» che dal 2023 struttura il discorso ufficiale cinese: una civiltà di cinquemila anni in cui popoli diversi si sono fusi armoniosamente, e che proprio per questo avrebbe un modello da offrire al mondo. Il vocabolario è antico — huaxia, la comunità culturale fondativa; datong, la grande unità; ren, la reciprocità; tianxia, «tutto sotto il cielo», rilanciato da Zhao Tingyang come alternativa comunitaria alla competizione fra stati-nazione — ma il montaggio è recente. Il Datongshu di Kang Youwei è del 1902; l’impianto di continuità etnica e culturale ricalca da vicino China’s Destiny di Chiang Kai-shek, 1943, cioè l’ideologia nazionalista che il Partito aveva combattuto, e che già allora John K. Fairbank giudicava di stampo potenzialmente fascista. La tesi di Perdue è che questa dottrina risponda a un problema interno di legittimità più che a una convinzione civilizzazionale: uno Stato che non affronta alcuna minaccia esistenziale reale non ha bisogno di ripetere ogni pochi anni che è unito, a meno che l’unità non sia ciò di cui dubita. La conseguenza che conta riguarda il rapporto fra i due piani. Unità interna e armonia internazionale non sono due dottrine ma una sola, saldate dal meccanismo della continuità culturale: se la diversità interna si è composta senza coercizione, allora il modello vale anche fuori. Rovesciando l’argomento, però, si vede perché il tianxia non possa funzionare come proposta universale: la sua funzione primaria è tenere insieme l’interno, e un discorso costruito per quel compito non è esportabile, perché all’esterno chiede agli altri di occupare la posizione che dentro occupano le minoranze. Le contraddizioni che Perdue elenca — un nazionalismo territoriale che si dichiara pago dei confini Qing e insieme una proiezione di potenza che quei confini non li rispetta — non sono incoerenze da smascherare, sono il segno che i due piani hanno destinatari diversi. Il pezzo ha un effetto retroattivo su una delle lenti che questo sito usa. La cosmotecnica di Yuk Hui — ogni civiltà produce una tecnica radicata nella propria cosmologia — poggia, nelle sue applicazioni politiche, sulla continuità della tradizione filosofica e statale cinese. Perdue mostra che quella continuità è in buona parte un artefatto novecentesco, ricostruito a ritroso e con precedenti scomodi. Non è una confutazione di Hui, che parla di cosmologie e non di regimi, ma toglie il puntello storicista a chi usa la cosmotecnica come prova che la Cina pensa da millenni la tecnica in un modo suo. La distinzione da tenere è fra l’esistenza di una tradizione e la pretesa della sua ininterrotta trasmissione: la prima è documentata, la seconda è la parte costruita, ed è quella che serve al potere. C’è infine il rapporto con la domanda sull’esistenza di un’idea alternativa, che il sito ha registrato altrove nella forma che le dà Fukuyama: nessun sistema concorrente regge il confronto, e la Cina è l’unico candidato, per quanto non sostenibile. Il tianxia si presenta esattamente come quella idea mancante — un ordine mondiale fondato sul beneficio reciproco invece che sulla competizione. La risposta che si ricava qui è più fine di una negazione: l’alternativa esiste come discorso, ma non come programma, perché nasce da un’esigenza di coesione interna e non da una teoria del bene comune globale. Il che vale come avvertimento generale, e non solo sulla Cina. Ogni volta che una potenza offre al mondo il proprio modello di convivenza, conviene chiedersi prima quale problema domestico quel modello stia risolvendo.

WR

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.