Catena 10 fonti · ott 2017 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
Il duecentocinquantesimo anniversario della Rivoluzione americana è cominciato a Lexington e Concord nell’aprile 2025 e culmina con il 4 luglio 2026, e Jill Lepore, sul New Yorker, racconta come la commemorazione si sia sgretolata ancora prima di cominciare: una commissione bipartisan precipitata in guerra interna, un presidente nominato e rimosso in pochi mesi, un ordine esecutivo che chiede di «ripristinare verità e sanità nella storia americana».1 La tesi che Lepore fa propria viene dalla storica Maya Jasanoff: a un momento di fondazione si chiede di reggere una posta che nessun insieme di eventi e di persone può reggere, e questo vale tanto per chi lo vuole immacolato quanto per chi lo vuole colpevole di tutto.
La tesi di questa catena la estende: il racconto fondativo sovraccarico è una forma di monocausalità , che si tratti di celebrare o di accusare, e i canoni e le identità che sembrano eterni rivelano la propria età appena qualcuno li data. C’è anche una questione editoriale, perché i racconti fondativi, oggi, li pubblicano i giornali.
La fondazione sovraccarica
Il caso più istruttivo è il 1619 Project, con cui il New York Times Magazine ha proposto di datare la fondazione americana all’arrivo dei primi schiavi africani in Virginia. Leslie M. Harris, storica della schiavitù alla Northwestern University, racconta su Politico di essere stata interpellata da una redattrice del giornale prima della pubblicazione, e di aver contestato con vigore l’affermazione centrale, secondo cui i coloni avrebbero dichiarato l’indipendenza anche per proteggere la schiavitù; il giornale l’ha pubblicata lo stesso.2 Harris spende però metà dell’articolo a impedire che la sua ragione serva a liquidare il progetto, che considera un correttivo necessario alle storie celebrative del passato.
Keeanga-Yamahtta Taylor, recensendo sul New Yorker la serie che Hulu ne ha tratto, porta una critica di terza specie, che non viene da destra, non riguarda i fatti e non mette in discussione la centralità della schiavitù: se la schiavitù spiega tutto del presente, nulla di ciò che le persone hanno fatto dopo spiega qualcosa, e dal racconto sparisce l’unica cosa che abbia mai prodotto cambiamento, cioè la lotta.3 È la monocausalità vista dall’altra parte. La stessa Nikole Hannah-Jones, autrice del progetto, ha scritto quest’anno il consuntivo della scelta di iscrivere la figlia a una scuola segregata di Brooklyn, e il pezzo è notevole per ciò che ammette: le intenzioni giuste non hanno protetto la figlia da un sistema che aveva smesso di misurarne l’apprendimento.4 Una storia più complicata di quella che il progetto raccontava.
Canoni e identità , con la loro data
Thomas Meaney, recensendo sulla London Review of Books la storia dell’idea di Occidente di Georgios Varouxakis, apprezza soprattutto una cosa: il libro data.5 Invece di una genealogia che risale agli ateniesi, un indirizzo di Parigi negli anni Quaranta dell’Ottocento, dove Auguste Comte cercava una parola che lasciasse fuori la Russia ortodossa e tenesse dentro le colonie britanniche. Bryan Van Norden fa lo stesso lavoro sul canone filosofico: nel Settecento Leibniz studiava l’I Ching e Wolff lodava Confucio, e il restringimento all’Europa arriva fra Otto e Novecento, con una storiografia costruita a posteriori attorno a Kant.6 Peter Perdue mostra che vale anche fuori dall’Occidente: la dottrina cinese della «grande unità », presentata come eredità di cinquemila anni, è un montaggio del Novecento che ricalca il nazionalismo di Chiang Kai-shek.7
La memoria come prodotto
Der Spiegel ha digitalizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale milioni di schede di iscrizione al partito nazista, rilasciate dagli archivi americani, e le ha rese consultabili per cognome: chiunque può scoprire che cosa fece la propria famiglia sotto Hitler.8 Il servizio arriva mentre l’AfD guadagna terreno e i suoi dirigenti attaccano proprio le iniziative di memoria, ed è accessibile solo agli abbonati. La memoria nazionale, qui, diventa un prodotto editoriale individuale, e il racconto fondativo si frammenta in migliaia di storie di famiglia. Lea Ypi, su Tribune, aggiunge alle domande di Sartre sulla letteratura impegnata, che cosa si scrive, perché e per chi, una quarta domanda: chi scrive.9 La sua risposta è la scrittura ibrida, fra memoir, storia e filosofia, che tiene insieme l’io e la storia senza ridurre l’uno all’altra: il contrario esatto della monocausalità .
La controtesi indica il compito che la catena lascia aperto. Le schede mostrano che ogni racconto fondativo sovraccarico finisce per spiegare troppo, e che ogni canone ha una data; non dicono che se ne possa fare a meno. La storia migliore che Lepore chiede è una storia che dichiara le proprie date e le proprie cause, al plurale, e che lascia spazio a ciò che le persone hanno fatto dopo. Per chi pubblica, giornali o editori, significa trattare i racconti fondativi come si trattano le tesi: con una verificatrice, e ascoltandola.
Nella catena
- 1Jill Lepore / The New Yorker — What Was the American Revolution For?
- 2Leslie M. Harris / Politico Magazine — I Helped Fact-Check the 1619 Project. The Times Ignored Me.
- 3Keeanga-Yamahtta Taylor / The New Yorker — Hulu’s Fascinating and Incomplete "1619 Project"
- 4Nikole Hannah-Jones / The New York Times Magazine — In Fighting for Every Black Child, Did I Betray My Own?
- 5Thomas Meaney / London Review of Books — Ranks of Humanity
- 6Bryan W. Van Norden / Aeon — Western philosophy is racist
- 7Peter C. Perdue / Aeon — One China, one world
- 8Der Spiegel — NSDAP-Archiv: Finden Sie heraus, was Ihre Familie unter Hitler getan hat
- 9Lea Ypi / Tribune — The Meaning of Commitment
- 10Jill Lepore / The New York Times — America’s Next Story controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti Stati Uniti×6 1619 Project×4 Hannah-Jones, Nikole×4 canone×3 Lepore, Jill×3 delega epistemica×2 disuguaglianze×2 Germania×2 Harris, Leslie M.×2