Trascrizione dell’episodio di Interesting Times del 23 luglio 2026: Ross Douthat intervista Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, cioè l’uomo del Pentagono incaricato del quadro strategico. Colby è l’autore di The Strategy of Denial (Yale University Press, 2021), il libro che argomenta l’orientamento della politica estera americana sulla deterrenza di un’aggressione cinese nel Pacifico, e nelle audizioni di conferma del 2025 gli fu contestato di non essere abbastanza falco sull’Iran. Va detto subito di che genere di testo si tratta: è la difesa della strategia dell’amministrazione fatta dal funzionario che la scrive, quindi fonte primaria sulla dottrina e non valutazione indipendente dei risultati. E va datato: il 23 luglio 2026, in mezzo a un conflitto con l’Iran il cui esito era allora aperto.
La ragione per cui la scheda esiste è una frase, e la frase è contabile. Colby descrive così l’obiettivo verso gli alleati: «prezzare accuratamente la partnership e la relazione con gli Stati Uniti», da un lato l’accesso «a cose come l’A.I. o l’energia», dall’altro le leve «come la ripartizione degli oneri o i dazi». Poi lo condensa nella versione da una riga: «la gente non può più dare per scontati gli Stati Uniti». E infine cita chi gliel’ha detta: «Il presidente insiste che valutiamo le cose a prezzi di mercato.»
Mark to market è la convenzione contabile per cui un’attività si iscrive al valore corrente di mercato e non al costo storico. Applicata a un’alleanza vuol dire due cose precise: la relazione si riprezza in continuo, e il contributo passato non si porta avanti. L’analogia la fornisce Colby stesso, e conviene riportarla perché è più onesta di qualunque parafrasi: uno studio di contabilità posseduto da cugini, in cui uno dei soci — gli Stati Uniti — è cresciuto enormemente mentre le quote sono rimaste più o meno le stesse, e gli altri continuano a dire «ti ricordi quella volta che siamo andati a sciare insieme?». «Alla fine, in questo tipo di società, la gente deve rinegoziare.»
Questo archivio tiene già la stessa tecnica sotto il nome di condizionalità, e la cronologia va messa nel verso giusto. Il 28 settembre 2026 Jamie Dimon propone sul Wall Street Journal che gli Stati Uniti offrano all’Europa un grande accordo commerciale a condizione che essa esegua riforme economiche e militari. Colby dice la stessa cosa due mesi prima, dal governo, e nomina la merce sui due piatti: accesso all’intelligenza artificiale e all’energia contro spesa per la difesa e dazi. Non è dunque un’idea del settore privato che l’amministrazione potrebbe raccogliere: è dottrina già dichiarata nel luglio, che a settembre viene riformulata dal lato dei mercati.
Il resto dell’intervista percorre i teatri, e va riportato come affermazione di parte. Sulla Cina: difesa di diniego lungo la Prima catena di isole, «difesa marittima e aerospaziale lungo un arcipelago», non cambio di regime né occupazione; Colby dichiara di avere cambiato idea su un punto, perché riteneva che l’economia cinese avrebbe superato quella americana in termini nominali e oggi non lo ritiene più. Sull’Iran: negare l’arma nucleare e degradare la capacità iraniana di proiezione, rifiuto della parola «stallo», e — richiesto di un esempio di munizione non in penuria — il rifiuto di darne uno. Sull’Europa: «NATO 3.0», cioè l’Europa che si assume la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale, con lo standard del 3,5% del PIL per la spesa militare hard-core (al vertice dell’Aia del giugno 2025 la NATO ha adottato il 5% complessivo entro il 2035, di cui 3,5% di difesa in senso stretto). Qui Colby fa una precisazione che vale più delle cifre: l’amministrazione non sta uscendo dall’ordine del secondo dopoguerra, sta uscendo dall’ordine post-guerra fredda, «il mondo della fine della storia, della delusione dell’ordine liberale internazionale». Si noti anche il nome che usa per il proprio ministero, Department of War: titolo adottato per via amministrativa con un ordine esecutivo del 4 settembre 2025, mentre il nome di legge resta Department of Defense, che solo il Congresso può cambiare.
L’obiezione che regge è di Douthat, ed è strutturale e non morale. La strategia presuppone che gli alleati calcolino razionalmente il proprio interesse. Ma la comunicazione della strategia produce una reazione che il libro mastro non sa prezzare: le battute sul cinquantunesimo Stato, le dichiarazioni sulla Groenlandia, l’immagine con la bandiera americana distesa su gran parte del Nordamerica. Douthat la formula così: potrebbe anche essere nel mio interesse sostenervi, «ma tu continuavi a dire che ci avresti annessi, quindi fottiti». Colby risponde con la dottrina Monroe e il corollario Trump, dichiara che gli Stati Uniti chiedono ai canadesi soltanto di fare come i tedeschi e i polacchi — comprare capacità militare vera che serva a bisogni comuni, visto che il Canada è «funzionalmente smilitarizzato» e che il NORAD è un impegno congiunto — e poi si ritira: «non mi permetto di caratterizzare quello che sta facendo il presidente». Replica di Douthat: «allora come fa a sapere che non è diverso da quello che fa lei?». Il funzionario responsabile della strategia dichiara di non poter rendere conto del canale attraverso cui la strategia agisce, e lo scambio resta senza risposta.
Resta la ragione per cui mark to market è un attrezzo e non uno slogan, ed è un’asimmetria che la contabilità non registra. Una garanzia ha valore di deterrenza in proporzione a quanto costerebbe abbandonarla; dichiarare che la relazione verrà riprezzata in continuo toglie al segnale precisamente l’elemento costoso e non rinegoziabile che lo rendeva credibile. Colby vede il rischio e lo risolve dentro la propria cornice: «vuoi rassicurare gli alleati abbastanza perché non si sfaldino o in qualche caso non passino dall’altra parte, ma vuoi tenerli sulle spine quanto basta perché facciano la loro parte». È un problema di calibrazione, e presuppone che il calibratore sappia misurare dove passi la linea. L’obiezione di Douthat è che quella grandezza non è misurabile, perché è fatta di onore, di ferite e di voglia di affermarsi.
La chiusa è l’immagine che divide le due posizioni meglio di qualunque argomento. Colby racconta di avere rappresentato gli Stati Uniti alla cerimonia internazionale del D-Day, fra le spiagge di Sword e Juno, e di avere risposto a un addetto militare belga che moraleggiava sull’isolazionismo americano: britannici e canadesi hanno combattuto quattro e sei anni, gli americani sono arrivati tardi, e saranno in condizione di fare prediche quando spenderanno quanto spendono gli americani. «È la salutare durezza di un amico.» Il disaccordo che l’archivio registra, e non risolve, è se un’alleanza sia un’amicizia con un libro mastro o un libro mastro con un tono amichevole.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.