Il pezzo parte da una scena precisa: nel gennaio 2025 Mark Zuckerberg, ospite di Joe Rogan, lamenta che le aziende siano diventate «culturalmente evirate» e che «l’energia maschile fa bene, una cultura che celebra un po’ di più l’aggressività ha i suoi meriti». Le dichiarazioni cadono pochi giorni prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca e nello stesso giorno in cui Meta chiude i propri programmi per la diversità. Sandra Upson, features editor di WIRED, risponde con la tesi dell’articolo: non c’era alcun problema da risolvere, perché la mascolinità e l’aggressività che dice di rimpiangere erano lì da sempre. Sulla natura della base empirica conviene essere espliciti, perché il pezzo circolerà per i suoi numeri. È un sondaggio fra lettrici, auto-selezionato, 634 risposte, di cui WIRED pubblica il profilo: il 38% lavora in ingegneria e sviluppo, il 25% in operations, strategia e compliance, il 14% in dati e ricerca; per livello, il 32% è senior, il 29% ha responsabilità di gestione, il 13% è executive; il 38% ha fra i 35 e i 44 anni e il 34% fra i dieci e i vent’anni di esperienza. WIRED aggiunge un caveat che va riportato perché è onesto: il direttore di Gallup osserva che decenni di ricerca mostrano come le persone giudichino il sistema peggio della propria situazione particolare, e lo stesso effetto può valere per chi ha risposto. Con questo perimetro, i dati riferiti — più di un terzo ha subito molestie o discriminazioni di genere sul lavoro, e più a lungo una donna ha lavorato nel settore più è probabile che le abbia subite — valgono come testimonianza di un campione descritto, non come stima di popolazione. Le citazioni dirette restano quello che sono, e sono molte: colleghi che parlano dall’alto in basso a chi ha trent’anni di mestiere, clienti che scambiano per la segretaria l’amministratrice delegata, un dirigente che alla festa di Natale si veste da Babbo Natale e fa sedere le giovani colleghe sulle sue ginocchia, un gruppo che su Slack classificava parti del corpo delle colleghe. La parte che il sito archivia è però un’altra, ed è nella sezione sull’AI. L’86% delle rispondenti dichiara di usare l’AI per lavoro almeno qualche volta a settimana, quindi non è una popolazione che parla dall’esterno: «passo tantissimo tempo a ripulire slop e casini dell’AI»; «la pressione perché io faccia vibe coding è enorme per quanto continui a far notare che i design che produce sono, francamente, pessimi». E poi la frase che vale la scheda, in risposta alla domanda se l’AI rischi di aggravare i pregiudizi nel settore: «Lo sto già vedendo. Lavoro sciatto, fatto a metà, riceve lodi quando lo fa un uomo con Claude, mentre se io o un’altra donna del team provassimo anche solo a presentarlo verremmo licenziate.» Questa osservazione aggiunge un pezzo che mancava. L’archivio ha già registrato il rovesciamento di Louis Menand: il timore corrente è che scambiamo la poesia di una macchina per quella di una persona, mentre la prospettiva peggiore è che liquidiamo quella di una persona come slop. Qui si vede che il sospetto non si distribuisce in modo uniforme. Lo stesso manufatto viene letto come competente o come scarto a seconda di chi lo presenta, e l’accusa di slop è particolarmente comoda perché si traveste da critica tecnica: non richiede di essere argomentata, non nomina nessuno, e chi la riceve non ha modo di confutarla, perché un testo o un design non possiedono alcun modo interno di dimostrare da dove vengano. Un pregiudizio preesistente ha ricevuto un vocabolario nuovo e molto più negabile. Il contesto storico che il pezzo ricostruisce serve a misurare il movimento. Nel 2013 Tracy Chou, ingegnera di Pinterest, pubblica un post che diventa virale — «Dove sono i numeri?» — e apre un foglio di calcolo su GitHub dove chiunque può inserire le statistiche della propria azienda; Jesse Jackson porta la questione nelle assemblee degli azionisti; nel 2014 Google pubblica il primo rapporto sulla diversità e Facebook e Microsoft seguono. «Lentamente i numeri sono migliorati, anno dopo anno. In parte.» Poi il pendolo torna indietro: l’agenzia federale che tratta le discriminazioni sul lavoro passa da 480 a 75 addetti nei primi mesi del nuovo mandato, e quelle stesse tre aziende smettono di pubblicare i dati. Fra le poche che continuano c’è Nvidia, che nel giugno 2026 dichiara il 17,4% di ruoli tecnici ricoperti da donne, con percentuali analoghe fra dirigenti e responsabili — e due donne su cinque nel comitato esecutivo. Il dato vale soprattutto per la sua rarità: dove la misura è stata abbandonata, non sappiamo più nemmeno di quanto stiamo tornando indietro. Il pezzo chiude su una domanda posta alle rispondenti — che cosa cambieresti nella cultura del settore — e su una risposta che Upson lascia parlare da sola: «Non lo so, fammi chiedere a Claude». Il commento è di una riga: sarebbe un peccato se la conversazione finisse lì.

WR