Catena 10 fonti · mag 2026 – set 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura

  1. 3mag 26Anomal·IA
  2. 5giu 26Internazionale
  3. 4giu 261843 (The Economist)
  4. 2giu 26Anomalia (Substack)
  5. 6giu 26The Atlantic
  6. 10giu 26L’Indice dei Libri del Mese
  7. 7lug 26non ho capito
  8. 8ago 26WIRED
  9. 9set 26The New Yorker
  10. 1set 26WIRED

Nel gennaio 2025 Mark Zuckerberg, ospite di Joe Rogan, lamentò che le aziende fossero diventate «culturalmente evirate» e che servisse più energia maschile, nello stesso giorno in cui Meta chiudeva i propri programmi per la diversità. Sandra Upson, su Wired, risponde con un sondaggio fra seicentotrentaquattro donne che lavorano nel tech, un campione autoselezionato di cui la rivista dichiara onestamente i limiti.1 L’osservazione che vale più dei numeri riguarda l’intelligenza artificiale: lo stesso lavoro fatto male con un modello viene lodato se lo presenta un uomo, e costerebbe il posto a una di loro. Il sospetto di slop, cioè di lavoro scadente generato dalla macchina, non cade su tutti allo stesso modo.

La tesi di questa catena è che il sospetto e il riconoscimento non sono distribuiti a caso, che l’intelligenza artificiale amplifica asimmetrie che c’erano già, e che il lavoro che regge interi settori resta invisibile finché qualcuno non lo conta.

Il sospetto

Ilaria Maria Dondi, dopo aver scritto un pezzo di cui era soddisfatta aiutandosi anche con un modello, si è chiesta se stesse barando, e si è risposta ricordando che il sostegno invisibile di ghostwriter, speechwriter ed editor è sempre stato un privilegio di chi poteva pagarlo.2 L’indignazione scatta quando uno strumento economico estende quel sostegno a chi non l’ha mai avuto, e la denigrazione automatica del lavoro fatto con l’intelligenza artificiale pesa di più su chi ha già meno margine di errore. La stessa Dondi ha fatto un esperimento rivelatore: ha dato a Claude quattro articoli italiani su femminicidi e violenza di genere, insieme al codice deontologico e alle linee guida di settore, e il modello ha riconosciuto con precisione i frame che deresponsabilizzano, il raptus, la gelosia, il movente misterioso.3 La domanda che ne ricava è come facciano i professionisti a non vederli, e la risposta chiama in causa la composizione delle redazioni.

Il lavoro che non si vede

Il mercato degli anime giapponesi è quasi triplicato in dieci anni, e 1843 racconta che gli animatori sono rimasti cinque o seimila, pagati sotto la media dei neolaureati, con un apprendistato smantellato dal lavoro a contratto.4 Lea Melandri, una delle fondatrici del femminismo italiano, a ottantacinque anni ha bisogno del vitalizio della legge Bacchelli, perché riviste, case editrici e università che hanno tratto valore dal suo lavoro non le hanno garantito una rendita.5 Ken Harbaugh, sull’Atlantic, racconta la resistenza ucraina nei territori occupati, di cui le donne sono la spina dorsale proprio perché nessuno le vede: gli occupanti non immaginano una combattente in una nonna con le borse della spesa davanti alla caserma.6 Lì l’invisibilità è diventata un’arma; altrove resta un costo.

Gli ambienti

Francesco Tarchetti ricorda un effetto che nessuno aveva progettato: la televisione degli anni Cinquanta, patriarcale nei contenuti, non segmentava il pubblico, e le donne videro gli uomini sbagliare e arrangiarsi, cominciando a chiedersi perché a loro fosse richiesta una virtù che agli uomini non veniva chiesta.7 Un ambiente mediatico decide chi vede che cosa, e quindi chi viene visto. Miles Klee, su Wired, descrive l’ambiente opposto, quello della manosfera, che converte l’ansia economica di giovani uomini in risentimento verso bersagli con un nome, a partire dalle donne, e lo monetizza.8 La retorica di Zuckerberg sull’energia maschile viene da lì. Gloria Steinem, nell’ultimo testo scritto prima di morire, racconta di essere arrivata all’attivismo attraverso l’India degli anni Cinquanta, dai gandhiani che le insegnarono l’organizzazione itinerante: osservare il mondo, vedere ciò che potrebbe essere, e lavorare perché diventi visibile.9

La controtesi è vera e merita di essere registrata senza riserve. Aggiunge però un dettaglio che conferma la tesi: Miranda Fricker è la filosofa che ha dato un nome all’ingiustizia epistemica, cioè al fatto che la parola di qualcuno venga creduta meno per ciò che è e non per ciò che dice. È esattamente il meccanismo che le donne del sondaggio di Wired descrivono a proposito dell’intelligenza artificiale. Il riconoscimento arriva quando qualcuno trova le parole per nominare l’invisibile, e finché il sospetto di slop resta distribuito così, ce ne sarà bisogno.

Nella catena

  1. 1Sandra Upson / WIRED — We Surveyed 634 Women Who Work in Tech. They Let Loose
  2. 2Ilaria Maria Dondi / Anomalia (Substack) — Se uso l’AI sono meno professionista?
  3. 3Ilaria Maria Dondi / Anomal·IA — Ho fatto un esperimento: l’AI sa raccontare femminicidi e violenza di genere meglio dei giornalisti
  4. 4Han Zhang / 1843 (The Economist) — The strange disappearance of Japan’s animators
  5. 5Annalisa Camilli / Internazionale — La legge Bacchelli per Lea Melandri
  6. 6Ken Harbaugh / The Atlantic — The Warrior-Witches of Ukraine’s Resistance
  7. 7Francesco Tarchetti / non ho capito — Non usiamo i media, ci cresciamo dentro
  8. 8Miles Klee / WIRED — The 'Manosphere' Isn’t a Movement. It’s a Multibillion-Dollar Grievance Industry
  9. 9Gloria Steinem / The New Yorker — Gloria Steinem’s Final Essay
  10. 10Gloria Origgi / L’Indice dei Libri del Mese — Non più un affare da uomini. Ora il pensiero che guida è donna controtesi

Concetti ricorrenti nelle fonti editoria×2 femminismo×2 lavoro invisibile×2

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