Guest essay sul New York Times del 29 settembre 2026, a stampa su A23. Joe Cruz dirige il dipartimento di filosofia e il programma di scienze cognitive al Williams College. Entra in archivio anche, e soprattutto, perché contraddice una tesi che questo sito ha sostenuto per esteso: è il contraddittorio del saggio La forza della scrittura, e arriva da una fonte qualificata a formularlo.
L’argomento è in tre mosse. La prima è storica: la convinzione che si impari a pensare scrivendo è recente, e Cruz la fa risalire al movimento writing across the curriculum degli anni Settanta, con la formulazione canonica di James Britton nel 1980 — scopriamo che cosa pensiamo nell’atto di scrivere. «Ipotizzò è la parola giusta, perché le supposizioni aneddotiche e introspettive di Britton non sono mai diventate la prova di un’affermazione più forte, e gli studi successivi sono stati limitati o inconcludenti.» La seconda è antica: nel Fedro Socrate obietta che le parole scritte non sono i veri figli della conoscenza, perché non sanno parlare, rispondere alle domande né difendersi, e che la ragione produce intuizioni vere solo nella conversazione fra menti. «Per due millenni questa valutazione è sembrata un difetto di apprezzamento della potenza della scrittura. Ma forse Socrate aveva ragione.»
La terza mossa è quella che l’archivio tiene, perché non è filosofica ma istituzionale, e spiega la persistenza di una pratica meglio di qualunque argomento sul pensiero: «La scrittura è una traccia della mente portatile e compatta, più gestibile in una burocrazia di quanto non lo sia una conversazione.» I compiti scritti si portano a casa, si correggono a scaglioni, si rileggono quando la mente divaga, si esibiscono per giustificare un voto. «Ma nessuna di queste comodità riguarda lo sviluppo del pensiero migliore.» Da cui la formula finale: «Le università hanno dimenticato che archiviare e pensare sono due cose separate.»
La proposta è concreta e verificabile sul campo, ed è la ragione del criterio. Lo scorso semestre Cruz ha permesso l’uso di strumenti di AI nei saggi finali secondo linee guida dichiarate, e ha poi sottoposto gli studenti a un esame orale di quarantacinque minuti in cui controllare la comprensione delle loro stesse tesi e spingerle oltre. Esito: «In nessun caso ho sospettato che un’AI avesse scritto il saggio di uno studente nel modo sostanziale e discutibile che ci preoccupa tutti», e «almeno metà della classe è stata più agile, più riflessiva e più chiara durante gli orali di quanto non fosse nei propri elaborati».
Due riserve vanno dette, e non per cautela di maniera. La prima: l’affermazione che «gli studi successivi sono stati limitati o inconcludenti» regge metà dell’argomento e nel pezzo non è accompagnata da un solo riferimento — chi volesse controllarla non saprebbe da dove cominciare. La seconda: la prova portata è una classe, un semestre, nessun gruppo di controllo, e la valutazione è del docente sui propri studenti. Come proposta di pratica è forte e si può adottare lunedì; come evidenza è un aneddoto meglio organizzato di quello di Britton che Cruz critica, e l’ironia merita di essere registrata senza che tolga valore alla proposta. Cruz del resto non chiede di smettere di scrivere: «Socrate aveva torto se intendeva dire che non si debba scrivere affatto. La scrittura ha una funzione importante: riassume e comprime i nostri pensieri in un mezzo condivisibile e duraturo.»