Carl Minzner parte dai numeri. La popolazione cinese ha toccato il massimo nel 2021, 1,4 miliardi, e ora cala di tre o quattro milioni l’anno; negli anni Quaranta potrebbe perderne dieci milioni l’anno. La quota di over 65 salirà dal 15 al 30 per cento circa, contro il 23 per cento previsto per gli Stati Uniti nel 2060. Fra il 2013 e il 2024 i matrimoni sono calati del 55 per cento.
La tesi però non è demografica. Il declino diventa pericoloso quando incontra un sistema politico che ha perso la capacità di correggersi. Minzner documenta il passaggio dalla tecnocrazia flessibile di Deng e Zhu Rongji al potere personale di Xi. L’età pensionabile sale con lentezza estrema, fino al 2040. Le pensioni urbane valgono diciotto volte quelle rurali, e non si toccano per non scontentare chi è vicino al partito. La risposta alla bassa natalità è ideologica: le donne come «brave mogli e buone madri», la diffidenza verso gli stranieri proprio quando servirebbero lavoratori immigrati.
L’analogia con i Ming non è un ornamento. A fine Cinquecento le riforme fiscali di Zhang Juzheng vennero smontate dalla nobiltà terriera dopo la sua morte, e il peso ricadde sui contadini; l’imperatore Wanli lasciò la burocrazia senza guida per vent’anni. Il rischio che Minzner vede non è soprattutto una guerra per Taiwan, ma una crisi interna lenta, gestita con sorveglianza e «grid management», fino a una successione senza paracadute.
La chiusa riguarda chi legge da Washington. La fertilità americana è sotto il livello di sostituzione dal 2008, l’immigrazione si riduce, il Congresso è fra i più anziani della storia e la zonizzazione protegge i proprietari anziani a spese dei giovani. Minzner lo dice così: «demographic crisis is not destiny», è l’accumulo di scelte. Gli Stati Uniti possono ancora scegliere diversamente; la Cina di Xi, secondo lui, non più.