Catena 12 fonti · ago 2026 – ott 2026 · in ordine di data, il numero è l’ordine di lettura
Il 19 ottobre 2026 gruppi di ragazzi saccheggiano i negozi del centro di Milano. In settantadue ore il governo vara un decreto che abbassa a quattordici anni l’imputabilità presunta e manda cinquecento militari in più in città, e il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di una guerra ibrida condotta su TikTok e sui social. Nelle stesse settimane proteste e violenze attraversano la Francia, il Belgio, la Spagna e il Portogallo, e ogni governo trova la sua spiegazione. Le prime due parti di questa serie hanno guardato all’offesa informativa che colpisce il canale e alla difesa che regge, cioè la fiducia accumulata prima dell’attacco. Questa terza parte segue una domanda che sta in mezzo fra le due, «chi c’è dietro», e il modo in cui viene usata.
Le spiegazioni dei governi
Laura Laportella, su Geopolitica delle Narrazioni, mette in fila le risposte: l’immigrazione e l’Islam per Trump, una «mano straniera» per Edi Rama, la guerra ibrida per Crosetto.1 Nelle piazze, intanto, si chiedevano altre cose: le condizioni delle scuole in Francia, la casa in Spagna e Portogallo, gli affitti per gli studenti, il gasolio e il prezzo dell’olio in Italia. La sua tesi è che attribuire le proteste a un mandante esterno sposti la responsabilità da chi governa, e che la domanda su chi c’è dietro finisca per cancellare quella sul perché si protesta.
Il pezzo è polemico e scritto da una posizione critica verso il governo, e diversi dettagli non hanno una fonte indicata. Tiene però distinti i fatti dalle ipotesi meglio di molte dichiarazioni ufficiali. Ricorda che finora nessuna prova pubblica attribuisce a Mosca il malcontento, e che Crosetto, del resto, la Russia non l’ha nominata. E racconta un dettaglio che vale da solo: i falsi allarmi circolati nelle chat scolastiche, stupri di gruppo, squadre armate di machete, scuole chiuse, sono stati ricondotti dalla Digos di Cremona a tre amministratori, due dei quali minorenni.
Che cosa dicono le prove
Il Financial Times ha fatto il lavoro di raccolta degli indizi.2 Laura Dubois e Sam Jones trovano account filorussi e di estrema destra, già legati a campagne precedenti, che rilanciano video violenti; il ricercatore David Colon, di Sciences Po, collega alcuni influencer alle reti russe Storm-1516 e Matryoshka, con segnali di operazioni iraniane e algerine; un video di fuochi d’artificio visto quasi sei milioni di volte su X veniva in realtà dalle proteste di Tbilisi del 2024. Gli indizi di un’influenza esterna, insomma, ci sono.
Le fonti di intelligence che il giornale consulta, però, sono nette: gli attori stranieri amplificano una rabbia autentica, non la creano, e attribuire le proteste ai russi sarebbe «troppo semplice». Colon stesso precisa che gli influencer filorussi non sono all’origine delle manifestazioni né ne hanno cambiato il corso. Il titolo parla di disinformazione e non di mandanti, e la risposta politica che il pezzo registra è giuridica: la Commissione europea chiede alle piattaforme di non amplificare quei contenuti con gli algoritmi, ad Amazon e Vinted si chiede di bloccare la vendita della merce saccheggiata.
Un evento, non una protesta
Elisabetta Andreis e Gianni Santucci, sul Corriere della Sera, sono andati a sentire i ragazzi del saccheggio di Milano.3 Minorenni e ventenni di Baggio, San Siro, Figino e Lambrate raccontano la stessa cosa senza conoscersi: fra sabato e domenica erano stati aggiunti a una chat Telegram di un migliaio di persone, che parlava prima del caro vita e poi di vetrine da rompere e di scarpe e felpe da prendere, e che la domenica sera era sparita. Su TikTok passavano i video di chi andava in metropolitana verso il Duomo, «Nike arriviamo». «Sembrava come un gioco della Play», dice un diciottenne.
I dati del Tribunale per i minorenni smontano un’altra spiegazione pronta, quella etnica: 35 minori arrestati, 31 senza precedenti, età media fra i quindici e i sedici anni, 25 nati in Italia, metà con cognomi italiani. Chi abbia creato la chat il pezzo non lo dice, perché lo stanno ancora cercando gli inquirenti. Qualcuno l’ha creata, e su quel qualcuno la domanda sul mandante è legittima; quello che il racconto mostra, intanto, è che il meccanismo funzionava anche senza una regia, perché offriva a ragazzi senza strumenti un appuntamento e una telecamera.
Il desiderio di un interruttore
La domanda su chi c’è dietro ha un fascino preciso: promette che basti spegnere una cosa sola. Dopo gli attacchi ucraini ai data center di Yandex, in ottobre, Sasha Vakulina riporta su Euronews la tesi diffusa in rete di un crollo dei bot filorussi, con meno attività intorno all’AfD e a Reform UK, e la tratta con le cautele dovute.4 Andrew Griffin, sull’Independent, completa il controllo il giorno dopo: il dato di Cloudflare misura tutto il traffico non umano, crawler compresi, e dice che Yandex è stata colpita, non che i bot dei social tacciono.5 Il «bot test» diffuso su X, pubblicare un’opinione e contare le risposte automatiche, è un esperimento fatto da chi sa già che cosa vuole trovare. La stessa fretta, rovesciata, produce l’idea che un consenso sgradito sia tutto artificiale, e che basti un drone per farlo sparire.
Quando il mandante è un’industria
A volte la domanda ha una risposta, e la risposta non è uno Stato. Miles Klee, su Wired, riporta l’indagine di Reset Tech ed Equimundo sulla manosfera: contenuti di auto-aiuto su appuntamenti, fitness e finanza catturano giovani uomini in cerca di orientamento, una narrazione del risentimento converte un’ansia economica reale in ostilità verso bersagli nominati, e la comunità che ne nasce viene monetizzata con corsi, integratori e schemi crypto.6 Andrew Tate ricava 184 milioni di dollari lordi l’anno dalla sola piattaforma «Real World»; il contenuto looksmaxxing conta 14,6 miliardi di visualizzazioni su 216 influencer, e la sua portata, scrive il rapporto, è un prodotto dell’architettura di raccomandazione.
Il caso è istruttivo perché qui un «chi c’è dietro» esiste, è documentato e ha un fatturato. E anche qui il materiale di partenza è interno: la disoccupazione giovanile, la competizione per le credenziali, un senso di esclusione che il rapporto non inventa e che l’industria trasforma in reddito.
La convergenza
Paolo Giordano, intervistato da Annalisa Cuzzocrea su Repubblica, sostiene che in Italia la narrazione del negoziato rifiutato da Kiev abbia conquistato una parte maggioritaria dell’opinione pubblica, e non accompagna l’impressione con dati.7 La parte utile dell’intervista è un’altra, ripresa dal suo Da vicino: siamo meno liberi di quanto crediamo nelle opinioni che formuliamo, perché una lieve inclinazione basta a far convergere gli algoritmi, e ormai anche i media tradizionali, su una realtà o sulla realtà opposta. Asma Mhalla, intervistata da Daniele Molteni su Pandora, ne dà la versione politica: chi possiede le infrastrutture che organizzano attenzione, memoria e ragionamento possiede le condizioni del pensiero, e consigliare la disintossicazione digitale a chi non ha tempo né sicurezza materiale diventa quasi osceno.8 Mhalla rifiuta la parola «fascismo» per il trumpismo come categoria pigra, e la sua cautela vale anche qui: un sistema che fa convergere le opinioni non ha bisogno di un mandante per produrre l’effetto che si attribuisce al mandante.
Le fonti che non si conoscono
C’è un mestiere in cui la domanda su chi c’è dietro si pone ogni giorno, e ha già trovato una risposta. Philip Di Salvo, su Nieman Lab, ha intervistato dieci giornalisti che lavorano su dati sottratti, dalle istituzioni russe ai gruppi ransomware.9 «Non sappiamo chi sia la fonte, potrebbe essere il GRU», dice uno di loro, e la pratica che descrivono è di verificare il materiale con gli strumenti classici e dichiarare, insieme alla notizia, che cosa della fonte non si sa. È il contrario della dichiarazione ufficiale sul mandante: l’incertezza sull’origine diventa parte di ciò che si pubblica, invece di essere riempita con l’ipotesi più utile.
Gli obblighi di chi chiede
Cameron Boult, su Synthese, descrive una figura che si concede vantaggi sistematici nei rapporti di discussione: lo «stronzo epistemico», che si esenta dagli obblighi che pretende dagli altri, critica senza essere criticabile e chiede sempre altre prove.10 La categoria, lo riconosce lo stesso Boult, rischia di spiegare troppo, e qui serve in una forma ristretta. Chi chiede «chi c’è dietro» a una piazza si assume l’obbligo di portare la prova di ciò che suggerisce, e insieme quello di rispondere alla domanda che la piazza ha posto. Il mandante esterno consente di saltarli entrambi.
German Lopez, sul New York Times, racconta l’atteggiamento opposto, in una materia del tutto diversa.11 Da quando Mike Johnston è sindaco, Denver ha ridotto del 64 per cento le persone che vivono in strada, unendo sgomberi graduati e un’offerta di alloggio vera, e secondo la valutazione indipendente dell’Urban Institute gli accampamenti grandi sono scesi del 91 per cento fra il 2023 e il 2025. Il mantra del sindaco è «all of our problems are solvable and we’re the ones to solve them». L’analisi dei dati è dello stesso Lopez, e il pezzo è anche un invito politico ai Democratici; ma la frase vale come rovescio esatto della ricerca del mandante, perché mette chi governa dentro la spiegazione del problema invece che fuori.
L’obiezione è seria, ed è per questo che la catena la mette in fondo. Dice una cosa vera sul metodo, e la scheda che la riporta la divide con cura in due classi: i fatti su MV-lehti e sul suo direttore, documentati altrove, e le cifre sul traffico, che poggiano solo sul testo e vengono da una parte in guerra. Lo stesso criterio vale per le piazze europee. Che un’influenza esterna si possa innestare su una rabbia interna è una ragione per cercarla con gli strumenti di Di Salvo e del Financial Times, e per dichiarare quello che non si sa; diventa un’altra cosa quando la si presume per decreto in settantadue ore. E anche nel caso in cui il mandante ci sia, la rimostranza su cui si innesta resta reale, e resta di chi governa. Il riciclaggio informativo funziona meglio proprio dove quelle richieste restano senza risposta.
Nella catena
- 1Laura Laportella / Geopolitica delle Narrazioni — Cercasi mandante
- 2Laura Dubois e Sam Jones / Financial Times — EU probes pro-Kremlin disinformation around French riots
- 3Elisabetta Andreis e Gianni Santucci / Corriere della Sera — Milano, i racconti degli scontri: «C’era una chat come esca, ci hanno detto: venite, noi spacchiamo le vetrine e voi avrete felpe e scarpe»
- 4Sasha Vakulina / Euronews — Attacchi ucraini ai data center Yandex: crolla l’attività dei bot russi?
- 5Andrew Griffin / The Independent — People are rejoicing about the removal of Russian bots from social media – but the truth is far more complicated
- 6Miles Klee / WIRED — The 'Manosphere' Isn’t a Movement. It’s a Multibillion-Dollar Grievance Industry
- 7Annalisa Cuzzocrea / la Repubblica — Giordano: “L’Ucraina deve essere difesa, anche dalle false verità”
- 8Daniele Molteni / Pandora Rivista — Le tenebre non sono il nostro destino. Intervista ad Asma Mhalla
- 9Philip Di Salvo / Nieman Lab — When hackers become sources: Inside the new craft of reporting on hacked data
- 10Cameron Boult / Synthese — Epistemic assholes
- 11German Lopez / The New York Times — We Know How to Fix Homelessness. Look at Denver.
- 12Oleksandr Liemienov e Sofiia Maksymiv / UNITED24 Media — How Russian Propaganda Learned to Look Finnish controtesi
Concetti ricorrenti nelle fonti propaganda×8 riciclaggio informativo×4 Russia×4 Ucraina×3 lawfare×2 TINA (there is no alternative)×2