Bryan W. Van Norden ricostruisce come il canone filosofico occidentale sia arrivato alla forma che oggi appare naturale, e la risposta è che non lo è. Nel Seicento e nel Settecento la filosofia europea era cosmopolita in senso letterale: Leibniz studiava l’I Ching e vi trovava una corrispondenza con l’aritmetica binaria, Christian Wolff sosteneva in pubblico che Confucio avesse dimostrato la possibilità di un sistema morale senza fondamento rivelato, e nel dibattito del tempo l’ipotesi che la filosofia fosse nata in India, in Africa o in entrambe era una posizione discutibile ma legittima. Il restringimento avviene fra Otto e primo Novecento, per due spinte che convergono: una storiografia costruita a posteriori attorno a Kant, in cui tutta la filosofia precedente diventa preparazione al criticismo, e la sistematizzazione delle gerarchie razziali nel pensiero europeo. L’esito è un canone che si presenta come l’insieme di ciò che va letto mentre è il risultato di scelte databili — ed è precisamente il modo in cui funziona ogni canone, una collana, un piano editoriale, un premio: un catalogo che dimentica di essere stato scelto. Sulla qualifica che dà il titolo all’articolo conviene distinguere, restando alla lettera dell’autore — che scrive qui in un estratto da Taking Back Philosophy: A Multicultural Manifesto, e il registro del manifesto è dunque una scelta dichiarata. Le citazioni che Van Norden raccoglie non sono estrapolate con malizia: Kant che riserva ai bianchi «tutti i talenti», che dichiara gli indù incapaci di concetti astratti e gli americani ineducabili, che nega alla Cina la filosofia concedendo a Confucio una dottrina morale, ha scritto esattamente quelle cose, e Hegel non è più cauto. Da qui discende con forza una tesi storica: l’esclusione è stata una decisione, presa da persone identificabili per ragioni che oggi nessuno sosterrebbe. Non ne discende con la stessa forza la tesi al presente, cioè che la disciplina sia oggi razzista e xenofoba: quella richiede un argomento sugli effetti e sulle intenzioni attuali che il saggio non costruisce, e che non gli serve. Le due affermazioni hanno statuti diversi e la prima non ha bisogno della seconda per funzionare; anzi, la seconda le toglie interlocutori, perché trasforma una ricostruzione difficile da contestare in una qualifica che chiede di essere accettata o respinta in blocco. Esiste una radice razzista nel pensiero occidentale ottocentesco? Sui testi raccolti qui la domanda è difficile da evadere. Che questo renda razzista un dipartimento di filosofia nel 2017 è un’altra proposizione, e va dimostrata a parte. C’è poi un argomento che il saggio non usa e che rovescia il problema in modo più interessante. In L’alba di tutto, David Graeber e David Wengrow sostengono che alcune categorie centrali del pensiero politico occidentale non si siano formate nonostante l’incontro con il non-occidente, ma dentro quell’incontro: la Cina come modello discusso di istituzione amministrativa e di selezione per merito, e soprattutto la critica indigena americana — la voce di interlocutori come Kandiaronk nelle relazioni dei missionari — come una delle sorgenti effettive dei concetti europei di libertà, uguaglianza e critica dell’autorità. Le tesi del libro sono state in parte contestate, e su quanto pesi quella sorgente il dibattito storiografico resta aperto; l’impianto però tiene, ed è fecondo. Se ha ragione anche solo in parte, il restringimento ottocentesco non ha omesso materiale estraneo: ha amputato una relazione costitutiva, cancellando dalla genealogia gli interlocutori che avevano contribuito a produrre le idee. Il che sposta la questione dal terreno della riparazione a quello dell’accuratezza storica. È anche la ragione per cui la conclusione più solida non è morale ma istituzionale. Allargare il canone non è una concessione: è una restaurazione, il ritorno a un’ampiezza che la filosofia europea aveva e ha perduto per motivi che oggi sarebbero indifendibili. L’obiezione seria non riguarda il principio ma le ore: un piano di studi è finito, ogni ampliamento si paga in profondità, e chi insegna sa che il vincolo vero è il curricolo, non il pregiudizio. Ma è appunto un problema di progettazione istituzionale, e ha soluzioni note: più tempo dedicato allo studio, più spazio al confronto interculturale, più scambi reali fra tradizioni invece che moduli aggiuntivi lasciati in fondo al programma. Sono decisioni che si prendono, non attese che si subiscono. Ed è ora che si prendano.
Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.