Alexander Douglas, che insegna filosofia a St Andrews, prende di mira un’idea che nel discorso contemporaneo passa per ovvia: che ciascuno abbia un sé autentico, già presente, da scoprire e a cui restare fedele. È un’eredità romantica — Douglas cita il «the thought of Identity, yours for you» di Whitman — e nello Zhuangzi non solo non c’è, ma è il bersaglio. La persona compiuta, secondo quel testo, non ha identità fissa; il mito di Hundun racconta di un imperatore benefico e senza volto che muore appena gli vengono praticati i tratti del viso; la farfalla del sogno non serve a dubitare della realtà ma a mostrare che l’essenza è un battito d’ali. Guo Xiang, commentando, chiarisce il punto decisivo: natura originaria non vuol dire immutabile, vuol dire libera da vincoli. E l’avvertimento che ne segue è più radicale della critica al conformismo, perché colpisce anche il suo rimedio: è pericoloso sforzarsi di somigliare a se stessi quanto lo è sforzarsi di somigliare a un altro. Un’identità scelta vincola come un’identità imposta. Va registrato che questo mette lo Zhuangzi in rotta di collisione con Mengzi, non in continuità. I germogli di Mengzi presuppongono una natura innata che l’ambiente coltiva o soffoca; qui la natura non ha una forma da realizzare, e la fissazione è essa stessa il danno. Chi tratta «la filosofia cinese» come un corpo unitario perde esattamente questo: due posizioni incompatibili sulla stessa domanda, che è il segno che si ha a che fare con una tradizione viva e non con un repertorio di massime. Il bersaglio contemporaneo più diretto è l’industria dell’autenticità, e qui il testo tocca un meccanismo commerciale preciso. La promessa di aiutare qualcuno a scoprire il proprio vero sé è logicamente incoerente — se il sé fosse già lì non servirebbe scoprirlo, e se va costruito non è vero nel senso richiesto — ma è proprio l’incoerenza a renderla efficace: una ricerca che non può concludersi non produce clienti soddisfatti, produce clienti ricorrenti. Chi lavora sulla costruzione di marche riconosce la struttura, che non riguarda solo i prodotti di consumo: vale per l’identità professionale, per i profili pubblici, per qualunque dispositivo che chieda a una persona di dichiarare stabilmente chi è. Anche un sito personale è un apparato di fissazione dell’identità, e la posizione di Zhuangzi è un promemoria su cosa quell’apparato costi. Il rovesciamento più utile riguarda però i sistemi. L’assenza di identità fissa, nello Zhuangzi, è un traguardo: si arriva a non avere un sé rigido attraverso un lavoro su di sé, e il valore sta interamente nel percorso. Un modello linguistico possiede quella proprietà per costruzione — non ha un’ontologia residuale, vale zero quando nessuno lo usa, prende la forma di chi lo impugna — e questo non ne fa un saggio. Non avere un sé fisso senza averne mai avuto uno a cui rinunciare non è libertà dai vincoli: è assenza di vincoli, che è un’altra cosa e non ha contenuto etico. La distinzione è quella fra chi ha smesso di irrigidirsi e chi non ha mai avuto niente da irrigidire, e tiene separate due condizioni che il linguaggio della fluidità tende a confondere. Resta fuori, e conviene lasciarcelo, l’uso politico che l’autore fa della tesi verso la fine, dove l’identità fissa diventa la spiegazione del nazionalismo, della polarizzazione e dell’inerzia climatica. È il tratto di strada in cui un argomento fine diventa una chiave universale, e le chiavi universali aprono meno porte di quante promettano.

WR

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.