Voce della Stanford Encyclopedia of Philosophy firmata da Jan-Willem Romeijn, della Facoltà di Filosofia di Groninga: prima pubblicazione il 19 agosto 2014, revisione sostanziale il 1° ottobre 2025. È la base didattica del campo, ad accesso libero e mantenuta, e la ragione per cui entra in archivio non è che elenchi le posizioni ma che le derivi.

Un’esposizione qualunque metterebbe in fila quattro scuole — Fisher, Neyman-Pearson, i bayesiani, i verosimigliantisti — come se fossero quattro partiti. Romeijn le fa invece discendere da due domande preliminari, e questo è il valore dell’impianto. La prima: la probabilità di cui parliamo è ontica, cioè una tendenza del mondo a produrre frequenze, oppure epistemica, cioè un grado di credenza? Da qui la frase che decide tutto il resto: «La probabilità ontica non può essere attribuita in modo sensato alle ipotesi statistiche, perché le ipotesi non hanno tendenze a verificarsi, e dunque nessuna frequenza con cui accadono: sono categoricamente vere o false, una volta per tutte.» La seconda domanda è su dove la probabilità sia definita — soltanto sullo spazio campionario, o anche sulle ipotesi. E il carattere distintivo della statistica bayesiana, scrive Romeijn, «discende direttamente dall’interpretazione epistemica: sotto quell’interpretazione ha senso assegnare una probabilità a un’ipotesi statistica, come espressione di quanto fortemente vi crediamo».

Su questa griglia la sistemazione è meno ovvia di come la si racconta. Fisher e Neyman-Pearson stanno entrambi dentro la statistica classica: la differenza interna è che il test di significatività fisheriano dice poco sui tassi d’errore quando l’ipotesi nulla è falsa, e il test del rapporto di verosimiglianza di Neyman e Pearson, fra il 1928 e il 1933, nasce come risposta a questo. Verosimigliantismo e statistica dell’errore non sono presentati come scuole autonome ma come risposte interne alle critiche alla statistica classica: usano entrambi solo probabilità sullo spazio campionario, e ne danno letture epistemiche. Il vero discriminante operativo è il principio di verosimiglianza, che la classica viola e la bayesiana rispetta: «La concezione classica comporta una violazione del principio di verosimiglianza: l’impatto dei dati osservati può cambiare a seconda della probabilità di campioni diversi da quello osservato.»

Per l’archivio c’è un ritorno diretto. La voce dedica una sottosezione, la 3.3.2, a Error statistics and severe testing, e vi si legge la definizione che questo sito ha adottato, formulata da terzi e non da Mayo: «Nella definizione di Mayo, un’ipotesi supera un test severo a due condizioni: l’ipotesi deve concordare con i dati, e con alta probabilità, se l’ipotesi fosse in effetti falsa, non concorderebbe con i dati.» Vale come conferma indipendente, e vale come misura di quanto la posizione sia riconosciuta: Romeijn nota che Mayo e Spanos «hanno fatto molto per riportare l’agenda della statistica classica nella filosofia della scienza, che era diventata dominata dalla statistica bayesiana».

WR

Codice attribuito retroattivamente il 23 agosto 2026, all’introduzione della notazione: è una ricostruzione dichiarata, non una registrazione in presa diretta.