Il documentario NAZA, di Yuval Abraham e Rachel Szor — gli autori di No Other Land — ha avuto l’anteprima mondiale alla Mostra di Venezia il 10 settembre 2026, dove ha vinto il Premio Speciale della Giuria; l’anteprima nordamericana è del 26 settembre, al New York Film Festival. Raccoglie le testimonianze di ventiquattro ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, anonimi, con voci e sembianze alterate. Produttore esecutivo Jonathan Glazer. Il film è coprodotto dal Guardian: una circostanza da dichiarare, perché la fonte che si cita qui non è un osservatore esterno.
Il titolo non è il nome di un reparto né di un sistema. NAZA è un acronimo ebraico — nezek agavi, «danno collaterale» — e indica il numero di civili che si prevede di uccidere colpendo un obiettivo militare. Nelle testimonianze funziona come un parametro: «dieci NAZA», «tre NAZA, tutti bambini», con una soglia di riferimento intorno a venti. Il film è il racconto di come si amministra quella cifra.
Il nucleo non nasce con il film. Due inchieste di Abraham su +972 Magazine e Local Call lo precedono di due anni: «A mass assassination factory» (30 novembre 2023), sul sistema Habsora, e «Lavender» (3 aprile 2024), che documentava trentasettemila persone marcate come obiettivi, un tasso di errore intorno al dieci per cento, una revisione umana di venti secondi e una tolleranza di quindici-venti civili per un miliziano di basso rango. Nel film il tasso di errore di Lavender diventa il quindici per cento. Non è materiale indipendente dall’autore, ma è materiale pubblicato altrove e sottoposto a contestazione pubblica da due anni: cosa diversa dalla testimonianza singola.
La geografia non è un dettaglio. Le riprese sono a Tel Aviv, sui tetti e negli appartamenti, a sessanta chilometri da Gaza: la stessa area in cui è concentrata una parte consistente dell’industria mondiale della visione artificiale e della sorveglianza — Mobileye a Gerusalemme, Corsight e Paragon Solutions a Tel Aviv, NSO Group a Herzliya. I testimoni non mostrano le interfacce: le disegnano a mano, con i pennarelli, e per lunghi tratti l’unico suono è quello della punta sulla carta. È il gesto che il film mette al centro, e dice una cosa precisa: il sistema esiste, nella testa di chi lo usa, come una disposizione di riquadri e di etichette.
Qui si innesta una lettura che il film non formula. Per chi ha visto nascere il termine alla fine degli anni Novanta — MyTv.it, Gino il pollo — gamification ha significato per un po’ un’idea sbagliata: che si possano costruire videogiochi per vendere prodotti e servizi. È invece la più esatta profezia del marketing degli ultimi quarant’anni, e riguarda la progettazione dell’intera esperienza umana dentro un sistema di incentivi e punizioni costruito per far coincidere gli obiettivi dell’architetto con quelli del giocatore. Vale per il design dell’app della banca, per la UX del social preferito, per il social score cinese.
Il film non documenta un’architettura di incentivi: non si vedono classifiche, punteggi, gare fra operatori, obiettivi di rendimento. Documenta due cose diverse — la cifra come parametro di routine, e il distacco di chi la maneggia, fino alla frase di un testimone: «è come un videogioco». La gamification è la cornice che tiene insieme le due: appartenenza a un’élite, costruzione collettiva del nemico e della comunità di riferimento, un obiettivo misurabile. L’esito è una soppressione del sentimento morale di cui alcuni testimoni stessi si stupiscono. È una lettura, non un reperto, e va tenuta distinta dai reperti.
La seconda questione è la pervasività. Il terminale estremo di queste tecnologie è il telefono di chiunque, e il film lo dice per via di regia: le testimonianze sono ritmate dal passaggio della camera sulle finestre accese degli appartamenti di Tel Aviv, di notte. Che non sia una figura retorica lo mostra un caso italiano con date precise. Il 31 gennaio 2025 WhatsApp notifica a un gruppo di utenti italiani di essere stati bersaglio di Graphite, lo spyware di Paragon: fra loro il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, l’attivista Luca Casarini e alcuni suoi collaboratori. Il 6 giugno 2025 il Copasir approva all’unanimità una relazione che conferma l’uso di Graphite da parte dei servizi contro Casarini e altri e nega che Cancellato sia stato sorvegliato; Citizen Lab sostiene il contrario, e nello stesso mese documenta che era stato preso di mira anche il giornalista Ciro Pellegrino. Paragon dichiara di avere rescisso il contratto con il governo italiano. La tecnologia di cui NAZA racconta l’uso estremo è la stessa che produce, altrove, un incidente parlamentare.
Il terzo capitolo del film si intitola «Bibi’s Department» e sostiene che esista un reparto dedicato a ostacolare i palestinesi che depositano procedimenti presso le corti internazionali: «stiamo sabotando la pace», dice un intervistato. La tesi poggia su un testimone anonimo di cui non è chiarito il ruolo, e il Times of Israel osserva che il film non stabilisce se l’unità appartenga all’esercito. Un precedente esiste — un’inchiesta di Guardian, +972 e Local Call del 28 maggio 2024 — ma è firmata da Harry Davies, che di NAZA è produttore: la stessa squadra, non una verifica indipendente. Come affermazione di fatto, è la parte più fragile del film.
È anche la parte che pone la domanda più difficile: dove passa il confine di un mandato come quello, e chi lo controlla. Un’architettura di vigilanza esiste e ha un nome: la Commissione affari esteri e difesa della Knesset, che riceve i resoconti dei capi di Mossad, Shabak e Aman. La maggior parte del suo lavoro si svolge però nelle sottocommissioni, alcune classificate al grado più alto di segretezza e senza accesso della stampa, e i verbali restano in larga parte non pubblicati. Il confine, dunque, non è pubblico: lo traccia — se lo traccia — un organo che delibera in segreto e non rende conto di dove l’abbia tracciato. Da qui segue una conseguenza che riguarda il film. La fragilità probatoria del capitolo e l’assenza di un contropotere efficace non sono due problemi distinti: sono lo stesso problema visto da due lati. Dove nessun organo pubblica un atto, l’unica prova disponibile è un testimone anonimo. Il che non rende vera la testimonianza, ma rende prevedibile che sia l’unica cosa che arriva.
L’IDF ha risposto due volte. Il 12 settembre 2026 respingendo «categoricamente» le testimonianze, le cui identità «non possono essere verificate», e affermando che le decisioni di attacco sono state prese «solo da personale umano, non dall’intelligenza artificiale». Il 1° ottobre con una replica dettagliata: «errori fattuali sostanziali», un attacco con cinquecento vittime civili attese «mai pianificato, approvato o eseguito», e un processo di targeting articolato in sette fasi di cui gli intervistati coprirebbero soltanto la prima. Il diritto di replica non si condiziona, e queste risposte vanno riportate per quello che sono: la posizione della parte chiamata in causa, esercitata per intero.
Sulle obiezioni di metodo serve però una distinzione. Alcune valgono senza riserve: nessun diritto di replica prima della pubblicazione, discrepanze nei sottotitoli, prossimità operativa dei testimoni non chiarita. L’obiezione che le testimonianze non siano verificabili in modo indipendente è di per sé corretta, ma non è neutrale, perché la condizione che la rende vera è prodotta da una delle due parti. L’accesso indipendente della stampa internazionale a Gaza è interdetto senza interruzione dal 7 ottobre 2023. Un ricorso della Foreign Press Association pende davanti alla Corte suprema israeliana dal 2024 e al 30 aprile 2026 non ha avuto pronuncia; in quella data i vertici di oltre venti testate — fra cui BBC, CNN, Reuters e Associated Press — hanno rinnovato la richiesta, argomentando che stare sul terreno è la condizione per poter mettere in discussione i resoconti ufficiali. Secondo il conteggio del Committee to Protect Journalists all’ottobre 2025, in due anni sono stati uccisi almeno 237 giornalisti e operatori dell’informazione, 197 dei quali palestinesi a Gaza. Per efficacia, è l’isolamento di un teatro di guerra dalla copertura giornalistica quasi senza precedenti recenti.
Il punto non è che la replica sia illegittima. È che il diritto di replica è un diritto, non un veto: si esercita rispondendo, come è stato fatto, non stabilendo quali testimonianze possano essere pubblicate. Chi ha il potere di revocare la verificabilità non può poi usare la mancata verifica come criterio.
La ricezione dice qualcosa sul film e molto sul contesto. Netanyahu ha paragonato il documentario al «lancio di decine di missili balistici contro Israele» ed evocato la revoca della cittadinanza ai registi; il ministro della cultura ha minacciato di togliere i fondi alle sale che lo avessero programmato; in Israele non è prevista un’uscita in sala. Anche parte dell’opposizione a Netanyahu lo ha attaccato, parlando di «orrenda calunnia del sangue». Il 15 settembre Hamas ha chiesto alla Corte penale internazionale e agli organismi delle Nazioni Unite di usare le testimonianze del film, e i critici hanno rivoltato quell’adesione contro il film stesso. Nulla di tutto questo stabilisce se le testimonianze siano vere; tutto questo stabilisce che non esiste una posizione da cui guardarle senza essere arruolati.
Resta la domanda operativa: quanto sono diffuse queste tecnologie, e come si evita di esserne sorvegliati o bersagli. La prima risposta è tecnologica: ogni tecnologia offensiva chiama quella che la neutralizzerà. Può essere vera, ma è ingenua e intrisa di determinismo tecnologico, perché assume che il problema abbia la forma di una gara fra strumenti. La seconda riguarda la natura del potere. Queste cose si fanno perché si possono fare, autorizzate dal potere e dal segreto, che del potere è uno degli strumenti principali. Nessuno dovrebbe poter accumulare potere sufficiente a disporre pienamente di questo strumento: la questione sta nell’avverbio, perché la difesa è legittima e i limiti sono necessari. Un sistema di contrappesi che funzioni e un potere distribuito attraverso le istituzioni della rappresentanza non sono una preferenza morale: sono l’unico vincolo che non dipende dalla qualità delle persone sedute ai terminali. E la verifica di quel vincolo non è un atto di fiducia: si fa guardando se da qualche parte esiste un verbale.